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Pisci 'e paranza o l'estrema condizione del vivere Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Mercoledì 01 Giugno 2016 22:33

 

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Il 29 maggio 2016 al Teatro Pasolini di Salerno è andato in scena Pisci 'e paranza progetto teatrale ideato e diretto da Mario De Masi, menzione speciale al premio 'Scenario 2015', che affronta il tema dell'emarginazione sociale e della solidarietà che non conosce frontiere, storie di vita vissute sopra le righe e sempre a rischio di disfatta.
Lungo il marciapiede di una stazione un terzetto di balordi abita la notte, il buio come un fondale dalle acque salmastre, sembrano pesci imbrigliati tra le maglie di un destino che travalica ogni possibilità di scelta. Un indistinto mormorio, dei borbottamenti, un brusio che pian piano si trasforma in parole distinte, l'oscurità che degrada verso la luce, è la scena iniziale dove lo sguardo della platea è dritto e diretto sui cinque attori  che altro non hanno che corpo e voce, ogni altro ausilio scenico manca. Sarà infatti un gioco di fisicità e parola teatrale a sostanziare quel grumo di vite 'arrangiate' che incarna la disperazione di quanti vivono a ridosso delle stazioni metropolitane, hanno accenti meridionali ma un preciso confine geografico non è più di tanto necessario, tale è la replicabilità della situazione.

Lo spettacolo punta a sviluppare ogni vissuto nevrotico esclusivamente facendo leva sugli attori, da un lato uno strampalato fratello, un po' ritardato e pagliaccesco, la sorella protettiva, selvatica e a tratti molto arguta e Sciacallo, o 'nammurate della ragazza, che sbeffeggia e deride il povero ritardato, dall'altro una coppia di intrusi, lei incinta e lui senza lavoro, vengono dalla provincia ed hanno perso l'ultimo treno per tornare a casa. Vite differenti ma che hanno in comune la marginalità sociale, vite intrappolate come per i pisci e' paranza catturati da poche molliche di pane, si accontentano quasi del nulla e sopravvivono giorno dopo giorno ad una vita reietta.


In scena si tocca la difficoltà del vivere, anche se briciole di solidarietà e guizzi di allegria scandiscono l'incontro, i tre e la coppia di paesani solidarizzano, tra boccate di vino e spaccati di esistenza raccontati in un clima allentato dalla tensione, si riconoscono, sono un fronte che resiste ai più aridi territori della vita, forse nemmeno più tangenti ad una 'normalità' che non li vedrà mai inclusi. Un amara constatazione che al disagio non c'è mai fine, che la vita può giocare brutti scherzi e che i deboli sono destinati ad uno scacco finale che non riveliamo. L'ultimo tassello di una sconfitta annunciata, vera e propria chiamata in giudizio della società civile.
Le due interpreti femminili Serena Lauro e Rossella Miscino ed i tre attori Andrea Avagliano, Fiorenzo Madonna e Luca Sangiovanni tra ruvidezza e disincanto, ma anche divertita leggerezza, strappano allo spettatore qualche sorriso amaro, ma nell'ordinario dolore delle periferie si mette in conto ogni minuto la tragedia, la stazione di notte è infatti la metafora della faccia buia della Terra, senza luce né speranza, e queste vittime - anello ultimo della catena umana - ci raccontano il rischio di uno scacco finale che non può non agitare la coscienza sociale.
Volutamente lontano da violenze agite, lo spettacolo è una riflessione sull'emarginazione di una consistente parte antropologica di società molto lontana e distante dall'umanità che percorre i marciapiedi della vita al sole. Una dichiarazione d'intenti chiara quella dell'autore, andare “là dentro” in questa dimensione suburbana e di isolamento dei senza fissa dimora, per raccontare senza la lente dell'indagine e  per rappresentare senza giudicare queste rotture biografiche, senza un prima né un dopo, che spesso si chiudono in un microcosmo di fragilità psichica, abbandono, disadattamento e alcolismo.
Campioni di libero individualismo o vittime rassegnate in attesa di aiuto? Una risposta univoca non c'è in questo circolo vizioso che toglie ogni lucidità ad esseri che non sono più neppure “dimora di se stessi”.

Perdere così l'identità, il riconoscimento sociale, il senso del legame e della relazione, restare senza un 'passaporto' per vivere e non essere riconosciuti come umani, ritorna alla mente la storia inquietante e terribile di Merhan Nasseri, entrato nell’aeroporto Charles de Gaulle nel 1986 ed uscitone nel 2006, per andare dritto in un ricovero per indigenti, situazione davvero limite ma realmente accaduta.
Un progetto teatrale certamente lastricato dalle migliori intenzioni, ma il punto di osservazione quasi antropologica dell'autore avellinese, a livello sia testuale che scenico, presenta una certa frammentarietà e la forza teatrale è alquanto intermittente, complice anche una recitazione non adeguatamente matura.

Infatti nel gioco d'ensamble degli attori non sempre l'interazione è apparsa energica e comunicativa, e la controscena frutto di un lavoro di precisione. Lo scotto di non essere una compagnia teatrale, probabilmente, ma tra gli attori non vi è stata sufficiente complicità se non in qualche quadro di coralità, padronanza di doti vocali e fisiche a parte, necessarie a dosare la pertinenza di ogni attore al personaggio. Abbiamo guardato lo spettacolo con un senso di straniamento, privati di quella carica di umanità che la scoperta di un'alterità sofferente dovrebbe invece rimandare. Il luogo non relazionale, non identitario e non storico crediamo dovesse poter contare su spessori attoriali di maggiore maturità ed appropriatezza, anche se nel complesso non è mancata alla prova la generosità, avvertita ed autentica, di ognuno. Un opera che sprigiona una forza non del tutto compiuta, comunque ben visibile, forse un poco acerba, ma corredata di adesione autentica al tema trattato. Un quid ulteriore di messa a punto della compagine e margini di limatura alla resa scenica non hanno impedito al pubblico di apprezzare, nel complesso, una formula espressiva che ha usato anche la leggerezza e l'ironia per trattare tematiche sociali difficili, lo sguardo del regista a tratti emozionato e poetico ha comunque suscitato nel finale il lungo applauso della platea.

Marisa Paladino

 

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