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Scritto da Katia Cherubini   
Venerdì 10 Giugno 2016 15:32


«Aimez-vous Brahms?», si potrebbe forse dire con le parole del romanzo di Françoise Sagan.
Ovviamente sì, come testimonia il Festival Brahmsiano proposto dalla Stagione 2016 del Maggiodella Musica, dedicato principalmente agli amanti di Brahms e della musica da camera e che ha visto protagonisti del concerto dell' 8 giugno 2016, presso la Veranda Neoclassica di Villa Pignatelli di Napoli, grandi nomi dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, David Romano al violino, Raffaele Mallozzi alla viola, Diego Romano al violoncello, e uno dei maggiori virtuosi della scuola pianistica napoletana di Vincenzo Vitale, il M° Michele Campanella che hanno regalato una performance di profonda intensità e grande maestria tecnica.
Non troppo noti sono i rapporti tra Johannes Brahms e la Scuola Napoletana, eppure, seppure non diretti, i rapporti del grande musicista tedesco con Napoli si sostanziano in un incontro a Bologna, con Giuseppe Martucci: dall'incontro entrambi i compositori rimasero impressionati e Brahms dovette rivedere la propria opinione sulla musica strumentale e cameristica italiana e napoletana in particolare, soprattutto prendendo visione della Sonata per violoncello e pianoforte del compositore di Capua.
Tornando al concerto di cui si dà recensione non si può prescindere da riferire una citazione riguardante il Trio n. 3 in do minore op. 101: "Assolutamente geniale per passione, forza di idee, grazia e poesia. Prima d'ora nessun'altra opera di Brahms mi ha tanto trascinato...Stasera sono felice come non lo ero da tempo".
La citazione è di Clara Schumann, una delle pianiste più acclamate dell'epoca romantica ed è assolutamente da condividere per la bellezza della melodia e per la forza insita nell'attacco che già dal primo minuto rivela un'energia e una felicità talmente pervasive e convincenti che non fanno altro che confermare Johannes Brahms come il più grande camerista di tutti i tempi, costruttore mirabile di costruzioni complesse, che attinse da Beethoven il principio dell'elaborazione tematica, portandolo agli sviluppi più straordinari.
.Un capolavoro «con contorni potenti ed efficaci», secondo il musicologo Carlo Franceschi De Marchi, a proposito delle prime note dell'Allegro, «che esaurisce il proprio contenuto in sole quattro battute, espandendosi come un'eco sino ai vigorosi accordi puntati della seconda idea, mentre gli archi che rimbalzano, e un'armonia cambiata nel modo, danno alla riproposizione del tema iniziale un profilo ancor più titanico e poderoso». Ed infatti, il primo accordo di indubbio piglio beethoveniano, si stempera subito dopo nella tipica malinconia brahmsiana dal tema dolce e cantabile che innalza al massimo la tensione lirica.

Si può considerare questo Trio uno dei lavori fondamentali del musicista amburghese essendo il terzo e l'ultimo dei Trii per violino, violoncello e pianoforte, scritto nell'estate del 1886, dopo la creazione giovanile del Trio n. 1 in si maggiore op. 8 scritto nel 1853-54 durante un soggiorno a Düsseldorf, e quella più matura rappresentata dal Trio n. 2 in do maggiore op. 87, composto nel 1882, riguardo al quale Brahms stesso non esitò a manifestare la propria soddisfazione al suo editore: «Devo dirle che lei non ha ancora avuto da me un trio così bello, e forse non ne ha stampato uno simile negli ultimi dieci anni».
E' in essi, infatti, che Brahms riesce a fondere con meraviglioso equilibrio i riferimenti al Classicismo e una nuova dimensione della musica, rivelando un animo vibrante e sensibile nonostante egli amasse travestirsi da burbero solitario, eterno timido scapolo, indeciso con le donne e con la vita, il signore dei ghiacciai che, proprio nel secondo tempo del Trio, si rivela come il Brahms cameristico più autentico tra accordi di pianoforte, archi a tutta ampiezza e pizzicati e frasi incalzanti che, rivelando sentimenti di nostalgia e puro intimismo, danno piena sostanza all'episodio centrale, valorizzando la voce dei vari strumenti in una salda unità stilistica.
Un' oasi di pace, dopo le agitate emozioni del movimento iniziale, l'Andante grazioso, che presenta un tema che evolve con un'armonia delicata ed evanescente, molto vicina alla cifra stilista di Mendelssohn e di Schumann, tra ilduetto degli archi, al quale risponde il pianoforte.
Il linguaggio cameristico brahmsiano ritorna evidente nel finale Allegro molto che presenta sonorità vivaci e ben marcate e che disegnano una scrittura strumentale molto fitta ma che equilibra perfettamente i piani sonori e gli strumenti con una ricchezza d'invenzione e una leggerezza che «danno sempre un'impressione di libertà e naturalezza. Brahms riesce a conciliare aspetti apparentemente inconciliabili: romanticismo e classicismo, intimismo dei sentimenti e costruzione formale, senso della melodia e sapienza contrappuntistica».
Interessante l'assimilazione , da parte di Daniel Gregory Mason, autore di un libro sulla musica da camera brahmsiana, di questa Op. 101 alla tragedia greca: infatti, proprio come nella maggior parte dei drammi classici vi è un singolo tema dominante – gelosia, vendetta, amore o qualsiasi altra potente passione (o debolezza) umana – il Trio Op. 101 è pervaso da un'energia vitale, alternata ad attimi di calma meditativa, che rende le composizioni di Brahms ricche di sfumature, regalando all'ascoltatore una scorta infinita di ottimismo, bellezza e dignità.
Grande abbondanza di idee musicali e tentativo di dare a ciascuna di esse una forma compiuta , com'era tipico dello stile di Franz Schubert, unite a un carattere sperimentale con cui le forme classiche vengono trattate con grande libertà, il Quartetto con pianoforte op. 26 occupa un posto speciale nella produzione giovanile di Johannes Brahms: il più ampio dei suoi lavori di musica da camera, con un ruolo di primo piano assegnato al pianoforte, strumento al quale proprio Brahms sedeva nel 1863, al momento della prima esecuzione.
Un mondo sonoro complesso che viene strutturato e sviluppato da Brahms con tale maestria da palesare una meravigliosa fluidità. Evidente, in questo primo movimento, l'operato brahmsiano che concentrandosi su tutti i punti di snodo (eredità beethoveniana), tenta di annullare le cesure e gli stacchi tra le varie parti del movimento.
Nel primo movimento, l'Allegro non troppo, in forma sonata, emergono una dolcezza e una serenità quasi sognante con cui il pianoforte annuncia il primo tema, che viene subito ripreso dagli archi e il secondo tema, sempre sognante, alza il sipario ad un appassionato violino. Violino e viola, seguiti dal pianoforte, ripropongono poi un ritmo di marcia e, nello sviluppo, evidente è il dialogo fra violoncello e violino, seguito da quello fra pianoforte e archi basato sul primo tema.
Elementi del primo tema ritornano anche nella ripresa seguita da una coda distesa e tranquilla.
Dall'inizio semplice, classico, con una linea melodica chiara ed essenziale, il Poco Adagio proietta l'ascoltatore in mondi sonori completamente diversi per armonia e per genere e, nonostante l'inizio classico, ancora una volta si ripropone, come anche nello Scherzo successivo, il dualismo tra modernità e tradizione: evidente, infatti, il richiamo al settecentesco Minuetto del Quartetto op. 76 n. 3 di Haydn.
La composizione si conclude con un Finale travolgente, in cui protagonista sono, oltre che un'intensa melodia del pianoforte , su cui viola e violoncello "pizzicano"una dolce ninna nanna, anche alcuni momenti dall'apparente staticità che, ancora una volta, riflettono quel senso di modernità in cui sembra fare capolino un concetto di tonalità che si avvicina, inevitabilmente, alla fine.
Calorosissimo il pubblico che ha risposto con grandissimo entusiasmo e ha manifestato di apprezzare la grande qualità esecutiva di quanto proposto, evidenziato da fusione timbrica, agilità tecnica e compattezza di esecuzione.

Katia Cherubini

 

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