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De-sidera: nostalgie dell'amor perduto Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Venerdì 01 Luglio 2016 12:53

 

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Lo spettacolo Les aiguilles et l’opium (Gli aghi e l’oppio) visto al Teatro Politeama il 30 giugno 2016, di cui Robert Lepage ha curato testo e regia si costruisce attorno una soluzione scenografia di grande originalità: un cubo aperto e roteante su sé stesso, accoglie nelle sue tre pareti olografie che ridisegnano ogni volta la scena nella magia di una proiezione tecnologicamente sofisticata ma non priva di lirica. I fori nelle pareti consentono “magiche” materializzazioni di oggetti (letti, sedie, finestre, porte) opportunamente incorniciati da un articolato sistema di illuminazioni, realizzando l’illusione di una tridimensionalità in cui i due personaggi si muovono o si sospendono, entrano o escono, svaniscono o riappaiono.
Lo spazio scenico è quindi ricostruito e ridisegnato ogni volta in una ricchezza di variazioni che allude alla libertà cinematografica. I personaggi la abitano danzandovi all’interno, percorrendola senza il vincolo della gravità e penetrandovi attraverso accessi dislocati un po’ ovunque, con o senza riferimenti precisi (talvolta da porte, finestre o fori materializzati dall’olografia, talvolta dal vuoto delle pareti assenti).
Eppure, laddove la soluzione scenografica risulta di grande originalità e potenza, il testo stenta ad imporsi: la storia si svolge attorno a tre personaggi, Jean Cocteau che recita la sua lettera agli americani, Miles Davis, la cui parola diviene muta per lasciare spazio al suono incantato della sua tromba e alle sue danze sospese, e l’autobiografico Robert, che rincorre disperatamente e comicamente il suo amor perduto nella solitudine del ricordo. I tre personaggi sono accomunati da una dipendenza nostalgica che li inchioda al passato e che trova ogni volta una specifica declinazione: l’oppio per Cocteau, l’eroina per Davis, l’amore per Robert. Nessuno dei tre vi sfugge e ognuno cerca a proprio modo di trovare una soluzione per dare una forma al dolore.
Il lamento di Robert è tuttavia dirimente rispetto al senso della pièce: “
quando non si ha il talento di Cocteau o di Davis, come si fa a sublimare?”.
I personaggi sono insomma tutti prigionieri di un romantico slancio verso un’origine perduta, leggibile fin troppo banalmente con soluzioni freudiane a buon mercato. Il tormento è tutto ridotto alla ricerca impossibile di un regressivo stato di pienezza che si rovescia nella terra promessa della soluzione artistica.

Ci si domanda se la “necessità” dalla quale si produce ogni opera d’arte può davvero essere ridotta a così poca cosa o se l’autore non vi proietti qualcosa di troppo suo (è lui ad ammettere di aver scritto lo spettacolo nel momento immediatamente dopo “una dolorosa rottura amorosa”).
Il risultato narrativo è infatti il monologo: l’unico a parlare è Robert, mentre Davis si abbandona al “silenzio” della sua musica o del suo incontro quotidiano con l’eroina e Cocteau si limita a reclamare la sua lettera agli americani; Robert, difatti, non ha veri interlocutori (le loro parole sono deducibili unicamente dalle sue risposte), fatta eccezione per la sua solitudine rammemorante e un po’ piagnucolosa. A salvare il tutto è il tono di Robert, in fondo auto-ironico e un po’ derisorio di sé stesso, che lascia intravedere un impegno a non prendersi troppo sul serio. O almeno, così si vuol sperare.
La cornice musicale, con brani milesiani splendidi e sfondi su tappeti di suoni sintetizzati, racchiude in modo egregio il testo e trasmette con efficacia le due sensazioni portanti: nostalgia e angoscia. È in questo senso che lo spettacolo opportunamente si apre e si chiude nell’oscurità del cielo stellato: quando si ama si de-sidera, ci si affida alle stelle.
Con Marc Labrèche e Wellesley Robertson III, la scenografia creata da Carl Fillion, le musiche di Jean-Sébastien Côté, il disegno luci di Bruno Matte, l'ideazione immagini di Lionel Arnould lo spettacolo è stato apprezzato dal pubblico del NTFI con un lunghissimo applauso e tutto sommato si può stare dalla loro parte.
Da vedere.

Andrea Bocchetti

 

 

 

 

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