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J'ai brûlé dans tes yeux. Je brûle: Una performance da Parigi ai Quartieri Spagnoli Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Venerdì 08 Luglio 2016 12:32

 

Uno spazio grandissimo dove l'occhio si perde vagando alla ricerca di qualcosa su cui soffermarsi. Qualcosa che mostri una pertinenza possibile con la vita quotidiana di una famiglia normale.
Siamo stati informati che qui ci vive una famiglia normale. Probabilmente con figli piccoli, visto che ci sono due altalene montate sulle travi, su cui non puoi fare a meno di dondolarti, mentre intuisci una zona domestica poco più in là, grazie a un divano buttato lì ad avvertire di un quotidiano disordine.
Tre livelli, enormi vetrate che danno su un chiostro dove si affacciano tante camere a dimensione normale, che quindi paiono piccole, ognuna distinta da una luce colorata, azzurro, rosa, fucsia, tante finestre che guardano dentro, tra uno spazio e l'altro, tra un dislivello e l'altro. Un'enorme vasca dei pesci che sembra normale, tanti libri che sembrano pochi, il calco gigante di un viso di donna, un poster molto seventy con John Lennon e Yoko Ono appeso sopra un tappeto fatto di jeans, in un angolo che se poi alzi gli occhi sei sotto una volta ad archi del sedicesimo secolo, in cui si intravede il resto di un capitello.
Ma prova ad alzarli nel chiostro, gli occhi, e allora vedi i ballatoi dei Quartieri Spagnoli, i panni stesi, i muri scrostati.
Non c'è niente di prevedibile, niente di rassicurante, niente di borghese qui a Casaforte, nel cuore di Napoli, eppure quando ci entri ti senti inglobata.
Parte di un'idea che è quella di chi ha scelto di uscire dalla città restandoci dentro.
Nata negli spazi dell'antica litografia Manzoni e De Lucia (1950), già Chiostro e parte del Convento della Trinità degli Spagnoli, la Casaforte S.B. (come Sacco e Borrelli, immaginiamo) è una casa-laboratorio ristrutturata da Valeria Borrelli e Antonio Sacco, due napoletani che hanno scelto di restare, facendo della loro casa il perno di una rete di scambi internazionali, aperta a linguaggi artistici differenti.
In questo caso si è trattato di accogliere il progetto di Alessia Siniscalchi, anche lei napoletana ma con un lungo trascorso negli Stati Uniti e a Parigi, dove opera tuttora con il collettivo Kulturscio'k fondato insieme alla danzatrice torinese Ivana Messina.
E J’ai brûle’ dans tes yeux. Je brûle è il titolo del lavoro molto liberamente ispirato a Paris. Texas di Wim Wenders, in scena a Casaforte fino a sabato 9 luglio, con tre rappresentazioni a ruota a ingresso libero, dalle 21 alle 23.30.

Una performance con dodici elementi tra danzatori, attori, registi, musicisti e artisti ambientali, in cui il pluripremiato film dell'84 ritorna con suggestioni molto rielaborate eppure chiare, che sviluppano in modo completamente autonomo i motivi principali: il rapporto tra esibizionismo e voyerismo, il riconoscimento procrastinato, il senso di solitudine e di abbandono, il vagabondaggio senza meta, e persino l'infanzia protetta al di là delle durezze dell'esistenza, che qui sembra evocarsi nella scena finale, immersa in un innocente biancore, che ha catalizzato il pubblico presente in pochi minuti.
Non so se c'era un disegno, ma l'impressione è anche quella che il flusso venisse prevalentemente suggerito dalla musica che univa e confondeva pubblico e attori all'interno di un percorso guidato, o quantomeno pensato dalla regista come possibile, e la scena in cui tutto lo spazio si è improvvisamente sgomberato verso una sorta di 'centro' di gravità, che al centro non era, mi è parso un segno abbastanza chiaro di un pensiero preesistente.
Il pubblico guarda, osserva, ma è anche osservato, spiato, in un doppio incrocio di punti di vista, e procede tra curiosità anche morbosa e pudore, magari ritrovandosi in una stanza da letto, ad assistere a una furibonda lite di coppia, oppure in un'altra, vuota ma piena di vita, con i letti sfatti e un disordine vergine e inoffensivo, che ci fa sentire pruriginosi voyeurs.
E mentre crediamo di assistere indisturbati alle prove di una scena che a loro non torna, qualcuno ci controlla, monitora, provoca, magari strisciando ai nostri piedi con movimenti sensuali, irriverenti, dispettosi, oppure offrendoci un bicchierino di tequila.
Ma la vita scorre anche lontano da noi e può capitare che ce ne accorgiamo dall'odore di incenso, dal vapore che fuoriesce da una grande scultura che evoca il Vesuvio, dal fuoco, dalle voci che arrivano in tre lingue diverse, da un'immagine riflessa in uno specchio invecchiato, appoggiato a terra nel bagno padronale.
Un lavoro che gioca con gli elementi naturali e interpella i cinque sensi, gusto compreso.
Performers: Evita Ciri, Philippe Giai-Miniet, Francesco Calabrese, Elena Costa, Emmanuel Siret, Jonathan Foussadier, Felicie Baille, Alexandra Saifi, Andrea Lanciotti, Alessia Siniscalchi, Valeria Borrelli, Antonio Sacco, Francesca Risoli.

Alessandra Bernocco

 

 

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