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Se questo è un (pover') uomo. Musa. Storia di un'ispirazione Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Mercoledì 03 Agosto 2016 12:27

 

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L’ultimo appuntamento della quinta edizione della rassegna “Teatro alla Deriva” alle Stufe di Nerone, Domenica 31 luglio 2016, produzione Teatro di Contrabbando, adattamento e regia Alessandro Palladino, con Alessandro Palladino, Simona Pipolo, Francesca Romana Bergamo, Chiara Vitiello offre uno spettacolo tratto da un testo di Éric-Emmanuel Schmitt del 1997, Le Libertin (Il libertino): Musa. Storia di un’ispirazione.
L’adattamento qui proposto preserva il tono brioso del testo originale ma la regia sovraccarica espressivamente la messa in scena, che risulta brillante ma a tratti frivola.
Nell’eccesso si crea tuttavia l’effetto paradossale del disincanto che consente allo spettacolo una sua godibilità, facendo scivolare i personaggi verso un umore grottesco e ridicolo che alleggerisce la serietà del loro carattere (filosofia, tentazione, legge).
Il filosofo Denis Diderot si accinge alla scrittura di un articolo quando viene interrotto e ostacolato dall’incedere delle molestie delle sue tre amanti; la moglie, pur fuoriuscendo dal novero consueto di questo appellativo, si integra infatti alle altre due componendo l’affresco in cui il pover’uomo-filosofo è catturato. Il suo divincolarsi per uscirne, attraverso le “misere” armi della filosofia, è impotente e inconcludente come il maschile che rappresenta: le vere protagoniste sono le donne, le tre donne, ognuna delle quali tenta una seduzione al malcapitato con l’arma di cui dispone: l’arte pittorica, a risvegliare il narcisismo del sedotto rispecchiandolo nel proprio genitale; oppure la legge della moglie, il richiamo all’ordine simbolico del matrimonio a dispetto dello spirito polemicamente anti-moralistico dell’illuminismo libertino; o infine l’utile- dilettevole, il ricatto seduttivo della bellezza quando questo osa insinuarsi e vestirsi di conveniente con un basso do ut des.
Il risultato è ben descritto dalla danza finale delle tre amanti, che oscilla nel doppio contraddittorio di ogni seduzione efficace: circondano il filosofo per poi sottrarsi, lo richiamano ma solo di nascosto e velatamente, si offrono ma nessuna si dona veramente.

Al povero filosofo non resta che aggrapparsi al discorso, al logos, nel tentativo di orientarsi in una nuova morale a-morale, tipica di quell’illuminismo libertino tanto amata dal Marchese de Sade, che nel tentativo di svuotare di senso ogni simbolo culturale finisce per ritrovarsi nel vuoto del non-sense e per morire nel qualunquismo del capriccio soggettivo: la giustizia e il costume svincolati dalla cultura e ricreati nella libertà naturale degli istinti, e stupidaggini simili.
La regia segue la leggerezza della trama, seppur appesantendo talvolta di ingenuità alcuni passaggi che magari dovrebbero lasciar intravedere qualche spunto più alto.
L’insieme tiene, tuttavia, soprattutto per le buone prove attoriali delle attrici (Simona Pipolo ha però un tocco in più), che ben misurano la grazia con la civetteria che incarnano i loro caratteri.
Il protagonista maschile cede però un po’ troppo il passo, a tratti troppo incerto dinanzi alla malizia al contempo garbata e aggressiva delle sue compagne, che cerca di compensare con un sovraccarico espressivo non sempre necessario. Ci si aspetterebbe un filosofo meno imbelle, meno goffo, meno disarmato: in fin dei conti, non è di solo linguaggio e di spirito che vive, nonostante quel pensa o spera l’autore.
Peccato per i piccoli problemi tecnici ai microfoni e per il pianobar in sottofondo della festa accanto: la scena traballante e sospesa dal movimento sul lago ha in sé una poesia che avrebbe meritato un contorno più silenzioso e una voce più nitida.
Alla fine deriva e, tutto sommato, approdo.
Il pubblico folto ne sembra convinto ed applaude a lungo.

 

Andrea Bocchetti

 

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