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Scritto da Katia Cherubini   
Venerdì 16 Settembre 2016 10:01

Un meraviglioso incontro tra musica e parole, intitolato “Rilke incontra Orfeo”, ha animato la serata di giovedì 15 settembre 2016 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Le Arti in giardino tra mito e natura. Presentato da Ulderico Pomarici, vede come "Reader aloud" un Enzo Salomone in gran tiro che esordisce dedicando lo spettacolo allo scrittore Ermanno Rea e al grande fotografo Luciano D'Alessandro, recentemente scomparsi, con accompagnamento di
musiche composte ed eseguite da Ciro Longobardi al pianoforte digitale e all'elettronica, che , presentandosi mai distaccate dalle poesie lette, si sono rivelate comunicative in modo immediato per l’ascoltatore e hanno guidato il suo ascolto nella spazialità dei luoghi narrati, sviluppando, attraverso la diversità e la differenziazione degli elementi acustici, atmosfere sonore in grado, con il loro comporsi e scomporsi, di dar vita ad una comunicazione con l'attento pubblico, carica di struggente nostalgia, nella percezione emotiva tra figura e sfondo.
«
...si tratta invece, con coscienza terrena, profondamente, beatamente terrena, di introdurre ciò che qui vediamo e tocchiamo nell’orizzonte più ampio, estremo. Non in un aldilà in cui ombra oscura la terra, bensì in un tutto, nel tutto. La natura, le cose che tocchiamo e usiamo, sono transitorie e caduche; ma, fintanto che siamo qui, sono il nostro possesso e la nostra amicizia, sanno della nostra miseria e gioia, come già furono i confidenti dei nostri avi. Si tratta allora non solo di non diffamare e mortificare le cose terrene, ma, proprio a causa della caducità che dividono con noi, questi fenomeni e cose debbono essere da noi compresi e trasformati con il più intimo intendimento. Trasformati ? Si, perché il nostro compito è quello dì compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi. Noi siamo le api dell’invisibile. Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell'Invisibile.»
Queste le parole del poeta
Rainer Maria Rilke, nato nel 1875 a Praga, la cui caratteristica del suo fare poetico è stata in qualche modo identificata nella sua vita, che ha trascorso sempre viaggiando. In questo suo essere un poeta “in viaggio”, all'età di 19 anni, visita il Museo di Napoli più volte per ammirare gli affreschi di Pompei e di Ercolano ma, in particolare, il bassorilievo, il cui originale risale al VI sec. a. C., raffigurante l'addio di Orfeo ed Euridice alla presenza di un Hermes testimone del rigore della legge che non esclude la sua partecipazione, quasi pudica e discreta, al dolore degli amanti. Parole tratte dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz, del 13 novembre 1925, che gli chiedeva della sua poetica, in cui egli offre una definizione dei poeti, di quelle creature che hanno il dono di trasferire, attraverso il loro linguaggio, il mondo visibile e quello invisibile ed ecco, quindi, Orfeo, il poeta per eccellenza e nella dimensione orfica dei misteri dei riti orfici, viene accomunato soprattutto a Dioniso.
La poesia per Rilke è essenzialmente
Verwandlung, trasformazione,quella che accomuna le tre donne, protagoniste delle poesie lette durante la serata del 15 settembre, data che, per una strana coincidenza, segna , per la Grecia antica, l'inizio dei misteri eleusini (i misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita), la "ricerca" e “l'ascesa”, dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre) e proprio in questa serata sono state lette tre poesie dedicate a tre donne, Euridice e Alcesti, due figure del mito della Grecia classica e Paula Modersohn-Becker, pittrice tedesca del primo novecento, morta per le conseguenze del parto.
Le tre donne sono accomunate anche da una dimensione particolare , della
sapienza, di quello che in tedesco si chiama “Doppel Weisheit”. La sapienza che la vita nel visibile, quello che è intorno a noi, non è solo quello che abbiamo, noi abbiamo molto di più, anche se, purtroppo, non riusciamo ad esserne consapevoli.
Euridice, secondo l' interpretazione di Rilke, muore, trafitta da un serpente, mentre cerca di sfuggire all’assalto amoroso del pastore Aristeo. Orfeo è disposto a scendere negli inferi per riportarla alla luce e convince l’implacabile Persefone a rimandarla fra i vivi, ma il poeta Rilke cambia completamente la prospettiva di Euridice, la sua immagine viene ribaltata rispetto a quella di Ovidio e di Virgilio: la donna non vuole tornare sulla terra, proprio perché possiede questa sapienza, è
pregna della sua grande morte , per lei una nuova vita comincia e Rilke vede in lei quasi un'eroina, una donna che ha una sua autonomia, una sua capacità e che vuole continuare a esistere anche in una dimensione diversa.
La "potenza" culturale di Rilke recupera questo straordinario mito della grecità e ce lo ripropone come stimolo di riflessione e valutazione intellettuale sulla precarietà dell'esistenza, ma anche per una corretta considerazione sulla fragilità dei sentimenti e l'inconsistenza fuggevole dell'amore.
La distanza che separa chi muore da chi resta è incolmabile: questo il desolato messaggio dei versi struggenti di Rilke e il
mito di Orfeo evoca una delle illusioni più care all'animo umano, quello di poter riportare in vita la persona amata, ma sarà proprio l'amore ardente che si frapporrà alla realizzazione del sogno, l'impazienza di Orfeo, a cui si contrappone la pacatezza distaccata a cui è pervenuta l'Euridice di Rilke che non ascolta la nostra lingua - non ha bisogno di comprenderla -, non identifica chi l'ama. Ormai "sciolta" dai legami con l'umano e al contempo "radice" intorno a cui sgorga "il sangue che affluisce agli uomini", ella appare noncurante, la sua indifferenza, però,viene dalla pienezza della morte che la pervade, “colma della sua grande morte così nuova che tutto le era incomprensibile”. Trasfigurata in un’altra dimensione fisica, ella non appartiene più a Orfeo, ormai, ma alla terra.
«
Incerta, mite e paziente; chiusa in sé come grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei né alla via che alla vita risaliva»
Orfeo è, infatti, solo di passaggio nella dimensione vuota dell’assenza di tempo e di spazio, mentre Euridice ormai ne fa concretamente parte e tra i due si avverte l’incolmabile abisso che divide il sentimento umano dalle espressioni semplici della natura.
Oltre al poemetto, Salomone ha dato voce a 6 dei 55 Sonetti a Orfeo, che segnano il culmine della sua produzione poetica interrotta dalla morte sopravvenuta nel 1926 a Valmont presso Montreux. I sonetti a Orfeo sono stati composti alla fine della sua vita, in un modo del tutto imprevisto, scaturiti da un uragano creativo (accattivante il riferimento di Pomarici a Borges “
ogni poesia è misteriosa... nessuno sa cosa gli è stato concesso di scrivere”). Ma perché proprio Orfeo? Orfeo è il cantore che può passare dalla vita alla morte, colui che grazie alla poesia ha accesso al doppio mondo, il regno in cui la morte è l’altra parte della vita. Scriveva infatti il poeta:«La morte è il lato della vita non volto verso di noi, e che noi perciò non possiamo illuminare. Dobbiamo giungere dunque a quel grado massimo di consapevolezza che si trova a suo agio in entrambi i regni illimitati dell’Essere, da entrambi nutrito inesauribilmente…Perché la vera forma di vita si estende attraverso i due regni e non c’è un aldiquà e un aldilà, ma solo un’unità immensa.»
In tali sonetti
Rilke evidenzia la potenza salvifica del canto, come luogo in cui l’esistenza risplende, oltre e a dispetto della morte e solo attraverso una sapienza ulteriore Orfeo riesce a tenere insieme i frammenti sparsi dell’universo e li redime poiché «Tutto ciò che accade si fa puro/ quando sereno lo spirito lo accoglie.»
Ed è infatti la serenità che contraddistingue questi componimenti in cui Rilke esalta il canto come la realtà suprema in grado di riscattare l’essere umano e celebrare la rigogliosa natura dei sensi rinati dopo la sofferenza.
Salomone ha continuato ad allietare i presenti leggendo la lirica
Alkestis, composta da Rilke durante un soggiorno a Capri nel 1907, che costituisce una delle poche rielaborazioni moderne che si allontana dall' archetipo euripideo e si avvicina molto di più alle tematiche esistenziali.

Il poeta prende le mosse dalla tragedia di Euripide per raccontare il passaggio dalla verginità all'età matura, cogliendo nel sacrificio di Alcesti la metamorfosi e l'iniziazione che la donna subisce nel matrimonio.
La vicenda si ambienta nel giorno delle nozze di Admeto, con l'arrivo improvviso del messaggero di morte con l'annuncio del destino ineluttabile e il conseguente drammatico appello dello sposo rivolto ai genitori affinché si immolino per lui. Anche qui c'è un cambiamento rispetto a Euripide: madre e padre si dimostrano disponibili.
Nel corso del componimento poetico non compare mai il nome di Alcesti.
La donna, nella sua pallida veste nuziale, si presenta lieve e mostra una certa distanza dal mondo degli uomini, sembra già proiettata nel regno degli Inferi.
Rilke sviluppa nell'intreccio del dramma la simbiosi di Eros e Thanatos: anziché da Eros all'età matura, Alcesti, così come anche Euridice, viene iniziate da Thanatos a una “nuova adolescenza” che coincide con la morte, avvertita come irreversibile regressione. L'improbabile ritorno alla vita o alla coscienza si riduce a una fantasia nella mente di Admeto: «
Ma una volta/ ancora egli le vide il viso indietro / rivolto, in un sorriso chiaro come / una speranza, una promessa: a lui/tornare adulta dalla cupa morte / a lui vivente.....»
La serata si conclude con la lettura della parte finale del Requiem per un’amica, composto in onore della
pittrice Paula Modersohn-Becker, con cui il poeta scambiò una fitta corrispondenza, testimonianza di una sincera unione spirituale e rispetto reciproco. Paula mori all’età di 31 anni per complicazioni post parto e il grande dolore per la perdita della sua amatissima amica diede vita a questo componimento in cui il poeta esprime due elementi fondamentali della sua poetica: la sua idea dell'amore, un amore che si libera dal possesso; amore è imparare a sviluppare, a far evolvere, nel rispetto del cambiamento, della trasformazione, tutta la libertà che nasce nella relazione. Inoltre, e questo è un insegnamento che la società odierna dovrebbe tenere bene a mente, il poeta invita anche a liberarsi dal possesso delle cose, perchè quando si possiedono, le cose perdono la loro anima, la propria essenza, la propria singolarità: bisognerebbe lasciare le cose nella loro dimensione.
Altro elemento tipico della sua poetica, il contrasto insanabile tra la vita e l'opera d'arte.: «
Quanto siamo capaci di lasciar libero chi amiamo e quanto invece vorremmo possederlo, senza però esserne posseduti? E la propria arte, quanto deve alla libertà e alla solitudine e quanto invece alla presenza di un altro amato?»
Serata di grande calibro, con un p
ubblico entusiasta, contraddistinto da una affluenza numerosa che ha creato non poco disordine e che ha costretto molta gente a rimanere in piedi, ma, nonostante ciò, ha confermato, ancora una volta, la validità della rassegna organizzata da un museo archeologico che si è ormai avviato, con grande successo, su una strada aperta a nuove direzioni di tecnologie gestionali.

Katia Cherubini

 

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