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Il dongiovannismo strumento del potere: Liolà al Teatro San Ferdinando Stampa E-mail
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Scritto da Dora Iannuzzi   
Giovedì 20 Ottobre 2016 11:06

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Con Liolà di Luigi Pirandello, per la regia di Arturo Cirillo, si è inaugurata mercoledì 19 ottobre 2016 la Stagione al Teatro San Ferdinando, del Teatro Stabile di Napoli.
Ripresa la versione in italiano del 1917, perché “pare che il senso del parlato sia più forte” e quindi più fedele al testo originario nel dialetto di Agrigento, così come precisa lo stesso Cirillo nelle note di regia, il lavoro ha riproposto in una dimensione arcaica e bucolica, ammantata di finta innocenza, quelle regole culturali non scritte (ma non per questo meno vigenti) che definiscono e delimitano l’esistenza dei personaggi , vittime inconsapevoli di una dimensione esistenziale dominata dalla brama delle ricchezze e dalla sopraffazione , che non lascia spazio a scelte.
Il contesto siciliano del lavoro pirandelliano è ricco in questo senso di suggestioni: tutto è implicito e non detto, una realtà statica e mummificata che diventa luogo deputato di una esasperazione esistenziale, luogo emblematico, dolente e ricco di contrasti.
Lo stesso Liolà, che sembra rifiutare i lacci delle convenzioni sociali, alla fine è pronto ad imbrigliare la sua incontenibile vitalità con un matrimonio in conseguenza del quale “tutte le canzoni sarebbero morte nel cuore”, perché, anche se inconsapevolmente, egli è ingranaggio e strumento di una dimensione sociale emarginante, pur se funzionale ai privilegi dei potenti.
Le sue conquiste, le sue donne, sono ”ragazzette di fuorivia”, strade aperte e battute; la sua condizione di “ragazzo padre” che pure la regia di Cirillo cerca di evidenziare, eliminando la figura della madre di Liolà e ricalcando il rapporto con dei figli più grandi , resta comunque poco condivisibile , perché alla fine saranno anch’essi braccia da lavoro pronti a garantire la sopravvivenza del loro padre, cui tutto interessa fuorché prendersi cura di chi ha generato.
Così Liolà canta le sue canzoncine, su come è libero, si proclama un uccello di volo e non di gabbia…. seminatore di allegria e di figli, ma in effetti non sfuggirà alle rigide leggi economiche di una società che lo relega al fondo di una gerarchia. Difficilmente dunque troverà una sposa e la sola che lo avrebbe forse voluto, Mita, sceglie di sposare il ricco Zio Simone.
Mita è giovane ed in salute, adatta a fare dei figli e quindi ha un valore e sarà scelta dal più ricco per assicurarsi una discendenza; Liolà anche è noto per la sua capacità di seminare, ma non conta nulla, è solo valore strumentale per altri.
Un buon diavolo, un buffone, nelle cui vene circola sangue pazzo, ma che non esce dalla sua condizione di povero e di scapolo, condizione che ha segnato la sua vita fin dall’inizio : sarà sempre dunque solo Liolà e mai chiamato con il suo nome, Neri Schillaci.
Un padre dimissionario, inerte, omissivo, socialmente fuori corso e l’immagine del cosiddetto “mammo” non riscatta un ordine paterno caduto nel vuoto, perché forse questo disarmo paterno non fa posto a valori più femminili, ma spinge solo l’identità maschile a regredire verso una mascolinità selvaggia . Manca quello che è il gesto dell’Ettore omerico, che alza il figlio al cielo e in quell’elevazione dà una identità sia al figlio che a se stesso, e dunque resta emblema di una civiltà che stenta a ritrovare i propri passi attraverso un paesaggio cosparso di assenze, che i suoi canti spensierati non basteranno a colmare.
Nell’arco della commedia Liolà riesce a giacere con due donne , ma loro gli si concedono non per il suo fascino ma solo per vendetta. Ed anche lui alla fine dunque subisce l’ambiguità di una vittoria che diventa sconfitta, come Zio Simone (interpretato dallo stesso Arturo Cirillo) che manterrà un figlio altrui che erediterà la sua roba, come Mita (Giorgia Coco) che continuerà a vivere nel suo triste matrimonio.
Questa spensieratezza dunque più che realtà è forse solo un desiderio , un impossibile voler essere e in queste corde sembra volersi muovere la bella interpretazione di Massimiliano Gallo (Liolà), intenzionalmente quasi a tratti dimessa, priva di quella baldanzosa prestanza e arroganza che nell’immaginario ci legano a questo personaggio.

Cirillo, e con lui Massimiliano Gallo, più ancora di quanto lo stesso Pirandello abbia voluto, esprimono una condanna sottintesa, tanto di una superficiale dongiovannismo, quanto dello sfruttamento del maschio e, forse, proprio in tal modo stigmatizzano l'altra inscindibile medaglia della discriminazione, quella che si esprime con la sottomissione della donna.
Fanno da contro altare alla trama le figure femminili, che certamente non rappresentano un elemento di fascino e di passione in Pirandello: sono utili per creare intrecci dove ci siano anche uomini sposati, seduttori o “cornuti”, ma anch’esse relegate in una condizione di oppressione non hanno corpo. Quelle di Liolà sono donne sole e forse più che amarle il protagonista ama i figli che da queste ottiene.
Sono funzionali dunque a mettere in campo l’avidità, l’interesse, la furbizia (vedi il personaggio di zia Croce, con la bravissima Milva Marigliano), l’ambizione delusa, la gelosia (la follia di Tuzza , vero motore della storia perché mette in moto le trame di vendetta, ma che resta come personaggio un po' piatto nella interpretazione di Giovanna di Rauso), tutte comunque comprimarie d una corte di campagna, dove la ricchezza e la roba comandano.
Non conoscono e non conosceranno amore, ma forse non sono neanche in grado di darlo; e anche la stessa notte di amore tra Liolà e Mita non lascia il sapore di un dolce amplesso, ma quello di un amaro atto di vendetta verso Tuzza e verso lo stesso Zio Simone, come disperato e inutile resterà il gesto di Tuzza , condannata infine in una condizione di emarginazione propria di quelle donne che in qualche modo attentano alle convenzioni sociali.
Uomini e donne, sembra vogliano comunicarci Pirandello e Cirillo, giocano i propri ruoli di dominanza e di sottomissione di genere, mentre, in realtà, obbediscono ai disegni del potere del danaro e della “roba”.
C’è freddo e non calore nell’apparente solarità della campagna agrigentina: il rosso del campo dei papaveri, nella bella scena di Dario Gessati, non riscalda , in una immagine di natura indifferente.
I contorni sono diluiti e il nostro sguardo si concentra sulle macchie di colore, che cercano di conferire al paesaggio una nota di serenità e freschezza, quasi un richiamo a un dipinto di Monet, con un parallelismo con la Siciliana BWV 1031 di J.S.Bach, rielaborata da Paolo Coletta, autore delle musiche originali.

Dora Iannuzzi

 

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