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Il Santuario della Prostituzione: architettura di Enzo Moscato Stampa E-mail
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Scritto da Dora Iannuzzi   
Sabato 29 Ottobre 2016 12:29

 

Scritto nel 1987, all’indomani della morte di Annibale Ruccello, Bordello di mare con città è il testo di Enzo Moscato che ha aperto, con la regia di Carlo Cerciello, la stagione del teatro Bellini.
Il lavoro di Moscato è dunque legato alla morte dell’amico Ruccello (presente tra l’altro nella piéce con il suo ritratto), ma ben presto la drammaturgia si distacca da una pur presente elaborazione del lutto e del dolore per offrire una visione eretica, dolorosa di una realtà a tinte forti, frammentata, fatta di storie di turpitudine, di incesto, di sesso mortale, di inganno, di follia, di prostitute taumaturgiche.
Il racconto prende spunto dai mutamenti avvenuti in una casa di tolleranza dopo la legge Merlin e in seguito alla conversione religiosa di una delle tenutarie, Assunta ( interpretata da Fulvia Carotenuto).
Accanto ad Assunta, che ben presto diviene famosa per la capacità di poter curare con le sue preghiere il “male moderno” che affligge non solo i corpi delle prostitute che frequentano la casa Madamina ( Cristina Donadio) e Cleò (Ivana Maione), ma l’intera città, a farle compagnia, c’è Titina (Imma Villa), una donna enigmatica e misteriosa.
Titina è scaltra e  in qualche modo cerca di trarre profitto e vantaggio dalla fama della presunta santità dell’ex prostituta, preoccupata di assicurare un minimo di sopravvivenza a se stessa e alla sua giovane figlia Betti (Sefora Russo).

L’obiettivo di Titina appare quello di cercare di ottenere la consacrazione dell’ex casa di tolleranza come santuario, ma in realtà la trama svelerà la più semplice necessità di assicurarsi una sopravvivenza minima per lei e per la figlia, creature emarginate che sognano solo la fine della loro dimensione precaria. Nel frattempo l’intera città si occupa del caso della prostituta guaritrice , la stampa ( Enzo Moscato, bravo come sempre, interpreta un giornalista recatosi nella casa per informarsi degli eventi miracolosi) e la stessa Chiesa che programma la visita di un Cardinale (Lello Serao).
Apparentemente la struttura e l’intreccio sono bilanciati in un perfetto schema di scambi tra i personaggi, ma ben presto qualcosa rompe questo meccanismo: una lettera che la giovane Berta dovrebbe consegnare al cardinale, una lettera che Assunta intercetta e che le rivela che la sua compagna Titina è pronta a tradirla, a farla anche rinchiudere come folle , pur di acquisire un minimo di benevolenza e di vantaggio per sé e per la figlia.
E’ la dannazione dell’eterna gogna della fame e del bisogno che hanno il sopravvento, in una dimensione che acquisisce le tinte fosche del delirio dei personaggi.

Il tragico epilogo, con la morte di Berta violentata dal cardinale e della stessa Assunta strangolata da una delle sue coinquiline , non sarà un punto di fine della vicenda centrale, che rimane sospesa nell’impossibilità della soluzione, ma risulta più il raggiungimento da parte dei singoli personaggi di una personale conclusione.
La regia di Cerciello è attenta nell’evidenziare la frammentarietà della dimensione umana rappresentata, dei ruoli, dei colpi di scena, ricorrendo nel secondo atto ad immagini più estreme e più crude, atmosfere noir, ma con un’ottica più fredda e disincantata, come pure i dialoghi che diventano meno artificiosi e più diretti.
Il racconto è certamente potente , ma in qualche modo resta irrisolto. Cresce , ma non lascia montare la tensione simbolica e rappresentativa, perdendo (o prendendo) troppa materia per strada: è come se avesse scoperchiato il vaso di Pandora , lasciando uscire tutto il suo livore (e forse anche dolore), ma dimenticando – a differenza del mito – di liberare quella speranza che , in fondo, rappresenterebbe la salvezza di una umanità trabordante di sacralità e demonia, entrambi aspetti della natura divina dell’uomo.
Sullo sfondo Napoli , le luci e le ombre dei suoi vicoli, sotterranea e abietta, fetida e malata, Napoli come una folla inferocita, bordello , stuolo di puttane…in una immagine che rischia , al di là di ogni possibile scelta letteraria, di diventare un clichè forse abusato di una realtà di emarginazione.

 

Dora Iannuzzi

 

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