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Narrami, o Emma, di Odisseo Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Mercoledì 09 Novembre 2016 16:16

 

 

Un lavoro corale quello allestito al Bellini di Napoli firmato nella regia da Emma Dante: Odissea A/R è di sicuro uno spettacolo che pur non rispettando in pieno le aspettative in genere legate al nome della drammaturga siciliana, val la pena di vedere.
L’energia dei suoi ventitré allievi attori della “Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo, impegnati in questo lavoro al termine del biennio formativo, è palese, a tratti dirompente, i loro corpi quasi in perenne movimento compongono i quadri scenici, mentre si narra “dell'uomo dall'agile mente, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra città di Troia.”
Emma Dante ha curato oltre la elaborazione del testo e della regia anche gli elementi scenici e i costumi, con una sua lettura fedele al poema omerico ma in cui è lampante la sua impronta dissacrante ed ironica.
Tra fondali e quinte nere fisse, Itaca è solo un regno che spera nel ritorno di Odisseo, ma intanto è allo sbando, alla mercè dei Proci, rozzi ed onanisti, in attesa a loro volta che Penelope si decida a riprendere marito.
La prima parte è incentrata sulla Telemachia, in cui la Dea Atena esorta il giovane figlio di Ulisse alla partenza, a sciogliere le vele alla ricerca del padre, “tu che hai bisogno di un padre”, che hai bisogno di crescere, di trovare attraverso il viaggio la tua reale identità, di assumere le responsabilità che esige un regno, di distaccarti da una madre sì tenera, ma avviluppata nel ricordo e nella luttuosa attesa e da un mondo al femminile fatto di nutrici ed ancelle. La seconda parte vede il ritorno a casa di Odisseo e la resa dei conti con i Proci e le schiave che vogliose, hanno ceduto alle lusinghe del richiamo sessuale implicito nell'orda degli occupanti la reggia.

Emergono nello sviluppo della piece i vari caratteri: Zeus è un vanesio nerboruto, con pose plastiche da culturista, che impone destini e comandi tra un allenamento ed un altro; i Proci, che si esprimono in dialetto siculo, evocano dinamiche arcaiche e pulsioni primitive, gradassi ed arroganti come tutti coloro che ambiscono al potere senza averne la statura morale ed intellettiva; Penelope, che si presenta velata in un burka, tesse e ritesse una tela infinita così come è infinito il rimpianto per la scomparsa del marito, nera come il suo animo che rischia di divenire il suo sudario funebre; le Ancelle che stufe della monotonia dell'attesa non disdegnano le avances volgari degli invasori; la vecchia nutrice Euclidea che dispensa consigli e scapaccioni ad un Telemaco ancora chiuso nel bozzolo dell'adolescenza irresponsabile e aproblematica, in cui lancinante è l'assenza di un punto di riferimento (il Padre); Odisseo che nostalgico, rinuncia all'immortalità offertagli dalla ninfa innamorata Calipso per tornare alle origini, per smettere di essere mito, ricordo, attesa e farsi nuovamente uomo, piccolo e bugiardo nella sua “petrosa Itaca”.
In questo narrare la musica riveste un ruolo fondamentale, non solo commento, sottofondo ma elemento indispensabile per l'azione così come le mini coreografie che si alternano durante lo spettacolo e l'uso dei colori nei vari cambi di costumi (tutto rigorosamente sotto i nostri occhi). Certamente suggestive alcune scelte di allestimento della scena: molto appropriata quella della chilometrica tela nera che avvolge tutto e tutti per poi “seppellire” Penolope (sarà Telemaco a riportarla in vita) e che in seguito impiglia come una ragnatela alcuni personaggi, e molto efficace il duello catartico finale a colpi di bastoni/spade, quasi una danza di liberazione dal giogo dei Proci. Un po' meno, a nostro avviso, funziona la scena con bacinella (azzurra?) a simboleggiare il mare, anche se rimane apprezzabile ma non proprio nuova né bella da vedere. Ottima la coordinazione di gruppo nei vari passaggi, e lodevole l'impegno dei protagonisti che reggono fisicamente una prova non semplice, e il pubblico applaude e a lungo, ma a parte la bravura degli attori e l'originalità della regia, questo lavoro che non delude ma neanche entusiasma, rimane una performance in cui manca quel quid emotivo e poetico in più che tante altre volte Emma Dante ha profuso nei suoi precedenti allestimenti.
Visto al Teatro Bellini di Napoli martedì otto novembre 2016, si replica sino al tredici.

 

Dadadago

 

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