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Il guardiano: Un trio per Pinter Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Mercoledì 09 Novembre 2016 18:07

 

Coerentemente al manifesto programmatico del movimento degli Artisti indipendenti, fondato da Nello Mascia, lo spettacolo Il Guardiano, visto domenica 6 novembre 2016 al Nuovo Teatro Sanità, restituisce il testo di Pinter centrandosi sull’attorialità, chiamata ad assorbire ogni elemento della messa in scena, senza annullarle bensì sintetizzandole nella dinamica drammaturgica.
Il testo proposto non è facile, eppure la regia asciutta di Nello Mascia gli consente di venir fuori proprio attraverso il dispositivo attoriale: il riadattamento non è semplicemente un taglio del testo; i tre personaggi affidati a Franco Javarone, Francesco Paolantoni, oltre al regista, qui anche interprete, vengono rimodulati sul patrimonio attoriale che Mascia utilizza.
E così, se Javarone si cala brillantemente nel suo personaggio, in una corrispondenza già tracciata dalla sua tipica istrioneria, Paolantoni aggiunge al suo un tocco di garbato umorismo che tradisce in parte l’intento di Pinter ma che consente tuttavia, di ricreare il personaggio integrando un elemento, quello dell’ironia, che ne arricchisce il carattere.
La storia ha come proprio luogo di svolgimento una camera-coscienza: un clochard (Franco Javarone) viene invitato da un individuo (Nello Mascia), taciturno ma generosamente disposto verso di lui, a trattenersi in un’ospitalità senza limite di tempo, per poi offrirgli un posto da guardiano dello stabile. Medesima proposta il clochard riceverà dal fratello dell’ospite, vero proprietario della casa.

Il clochard diventa poco a poco l’unico intermediario, ma indiretto, dei due fratelli, i quali smarriscono i contatti; egli accetta entrambe le proposte di incarico pur sviluppando un progressivo astio per il fratello generoso data la sua incomunicabilità e tentando un’alleanza con l’altro fratello che gli risulterà fatale. Alla fine, a prevalere, sono le istanze personalistiche dei tre personaggi: il clochard, nella sua idiosincrasia al lavoro e nella sua incapacità di accogliere il dono, finirà per risultare ingombrante e sarà “scaricato” da entrambi i fratelli; il suo ospite, dalla generosità mostrata passerà ad un sempre più marcato desiderio di ritrovare la sua solitudine, in linea con il suo autismo caratteriale; il fratello proprietario, pur intendendosi con il clochard rispetto alle “stranezze” del fratello, finirà per attribuirgli compiti che il questi non è in grado di assolvere, ritenendolo, non senza un qualche accenno di delirio, responsabile delle sue incapacità.
Tutto sembra ruotare attorno ad una comunicazione autoreferenziale che non si pone mai veramente all’ascolto dell’altro. Si intravede inoltre una metafora interiore, laddove i personaggi trovano posto in un unico, affollato luogo, che non lascia intravedere un “fuori”, quasi come se si trattasse di un monologo interiore reso in tre frammenti.
L’allestimento è infatti essenziale e monotòno: i due letti dell’ospite e del clochard, un tavolo coperto di oggetti il cui uso non è immediatamente percepibile, un secchio sospeso, in cui cade l’acqua invisibile e silenziosa dell’infiltrazione (anch’esso metafora del lento penetrare dell’altro che compromette la stabilità del tutto?).
La musica compare in veste di sipario, presentandosi ad ogni cambio di scena, come se fosse il suono a fare da taglio narrativo, mentre gli attori spariscono o si ridispongono senza sottrarsi alla vista degli spettatori: come a dire, anziché lo sguardo, la scena si sospende e si lega all’altra con la musica; è il sentire più che il vedere che realizza la cesura?
In conclusione, lo spettacolo di
Nello Mascia riesce nel suo intento, sia riguardo al testo di Pinter, portato in scena nella sua interessante “versione”, sia rispetto alla riscrittura programmatica sottoposta all’attorialità. Da vedere.

 

Andrea Bocchetti

 

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