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L'opera della notte: Macbeth onirico e freudiano Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Martedì 22 Novembre 2016 15:01

 

 

A Salerno prosegue la stagione lirica con un'opera verdiana che nonostante rappresenti un lavoro audace per l'epoca della sua genesi, non figura spesso sulle scene teatrali. Da lunedì 21 novembre 2016 (repliche previste giovedì 24 e sabato 26) al Teatro intitolato al compositore bussetano è allestito Macbeth con la regia prestigiosa di Lina Job Wertmüller e la direzione di Daniel Oren.
Soffermiamoci brevemente sulla composizione di questa partitura dal capolavoro shakespeariano. Nel bel mezzo degli “anni di galera” Verdi avrebbe voluto imprimere un mutamento alla sua produzione drammaturgica e musicale e l'occasione gli viene offerta dalle conversazioni con il letterato Andrea Maffei, ed è così che prendono forma i progetti ambiziosi dei Masnadieri e di Macbeth.
Questi due soggetti rappresentano, per l'arte verdiana, in un sol colpo, un salto di qualità, rispetto alle opere precedenti.
La gestazione del dramma che segna una svolta nella produzione del musicista e del melodramma romantico italiano è rapida: a dicembre 1846 Verdi era già al primo atto, intimando il librettista Piave di redigere un libretto sintetico, talvolta componendo prima che questi avesse completato i versi concisi, a gennaio era finita, ovviamente non orchestrata, a febbraio Verdi era a Firenze per coordinarne l'allestimento nei particolari, dato che la prima era fissata per il 14 marzo 1847. Innanzitutto, aveva fatto istruire lo scenografo del Teatro La Pergola sulla Scozia del secolo XI, poi si avvalse dei consigli di Sanquirico, il più grande scenografo del tempo: arrivò a vietare seta e velluto per i costumi poiché non esistevano nei luoghi di Macbeth, creò botole e velari per non banalizzare entrate e uscite nelle scene delle apparizioni. Altrettanta cura fu adoperata per la disposizione orchestrale ma fondamentale era lo stile di canto che doveva riflettere la condizione psicologica del personaggio, quasi radicarsi nella recitazione.
Nella ripresa dell'opera a Napoli, l'anno dopo, nel disapprovare la scelta della protagonista, dette una definizione chiara di Lady Macbeth: “La Tadolini ha una figura bella e buona, io vorrei Lady Macbeth brutta e cattiva, la Tadolini canta alla perfezione, ed io vorrei in Lady una voce aspra, soffocata, cupa. La voce della Tadolini ha dell'angelico, la voce di Lady vorrei che avesse del diabolico”. 


Se il pubblico fiorentino non colse lo sperimentalismo e il realismo di Macbeth (e si sa che Verdi ritoccò la partitura per la ripresa francese) tutto altro esito ha avuto la première salernitana che, come si usa attualmente, riprende la versione scaligera. La lettura registica, a cui ha collaborato Valerio Ruiz, di chiara impronta psicanalitica, ha sottolineato aspetti dell'inconscio dei personaggi, dunque non solo la brama di potere, l'ambizione smodata, il fato, il male che abita il cuore e la mente ma anche un vuoto esistenziale, una complicità della coppia che affonda le sue radici nell'assenza di una discendenza.
Nella scena ideata da Virginia Vianello il palcoscenico è diviso in due: il castello di Macbeth, quasi una gabbia con pareti mobili, spazio di morte e tormenti interiori, e alle spalle la foresta di Birna, simboleggiata da un grande albero contorto, luogo della psiche, in cui le “streghe” altro non sono che proiezioni della mente, demoni interiori. Una soluzione vincente che valorizzando gli spazi del palcoscenico, rende anche scorrevole l'andamento complessivo.
Il clima inquieto, onirico è stato valorizzato dai costumi, molto accurati di Nicoletta Ercole e dal metafisico disegno luci di Daniele Nannuzzi, mentre le coreografie di Daniel Ezralow si rivelano quanto mai introspettive nella loro originalità gestuale.
Bellissima la prova delle voci maschili: il baritono rumeno George Petean, nel ruolo di Macbeth, timbro morbido, ottima dizione e tenuta sicura dell'intonazione, ha dominato le scene con la sua presenza, convincendo la platea con un fraseggio articolato e ricco di sfumature; ma anche In Sung Sim, basso coreano, ben figura nei panni di Banco ed il giovane tenore debuttante Azer Zada ha dato voce ad un dignitoso Macduff.
Uno e trino il valido Angelo Nardinocchi, e Francesco Pittari non delude nella parte di Malcom.
Sappiamo quanto ingrato sia, sotto tutti i profili il ruolo di Lady Macbeth affidato in questo allestimento a Susanna Branchini, che pur avvalendosi di una grande esperienza scenica ci è parsa affaticata nel canto con acuti spinti, poco controllati, e poco sostegno nel registro grave, anche se la sua performance complessivamente è degna di lode, per la capacità di connotare il personaggio con intensità.
Completavano il cast Miriam Artiaco la Dama della Lady, Pierrick Boisseau, Valter Aversa e Fabrizio Savino.
L'Orchestra Filarmonica Salernitana, con la direzione di Daniel Oren, ha qualche incertezza, ma la resa drammatica che ha espresso fa passare il tutto in secondo piano, e un plauso speciale va al Coro diretto da Tiziana Carlini, alle prese con una partitura impegnativa.
Applauditissimi gli interpreti tutti e ovazione per la inossidabile Lina Job Wertmüller che probabilmente dopo questo ulteriore successo, collaborerà anche l'anno prossimo con il teatro Verdi di Salerno.
Intanto, se potete, non perdetevi questo Macbeth onirico e freudiano.

 Dadadago

Foto Massimo Pica

 

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