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Scritto da Katia Cherubini   
Martedì 22 Novembre 2016 06:36

Una serata all'insegna di un repertorio moderno, quella che ha offerto l' Associazione Alessandro Scarlatti, il 21 novembre 2016, al Teatrino di Corte di Palazzo Reale di Napoli.
Protagonista Ciro Longobardi, pianista dall'interpretazione impeccabile che ha mostrato una notevole musicalità supportata da una padronanza tecnica che hanno reso la sua interpretazione molto intensa e di altissima qualità.
Particolarissimo il percorso che l’esecutore ha sviluppato negli anni che lo ha portato ad affrontare con straordinaria disinvoltura interpretativa e profonda introspezione il repertorio contemporaneo.
«
Un bravo divulgatore è colui che prova a liberare la musica moderna e contemporanea dal cappello intellettualistico che troppo a lungo l'ha appesantita e cerca di restituire interesse per la materia sonora»
Queste le parole di Longobardi
nella cui formazione si possono riscontraretre “anime" che si sostengono e si alimentano a vicenda: una legata alle avanguardie storiche, Debussy, Ravel, Ives, la seconda Scuola di Vienna, un’altra legata alla musica del secondo dopoguerra e contemporanea, di cui sono testimonianza le collaborazioni con Sciarrino e Fedele, le collaborazioni con Algoritmo di Roma e Prometeo di Parma, con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI e con Dissonanzen e, per ultima, ma non per importanza, la terza "anima", quella dedita all'improvvisazione.
Avvincente la sua interpretazione dei dodici preludi del I° libro di Debussy, resa con notevole partecipazione emotiva in cui evidente è stata l’ affascinante ricerca sulle sonorità, lasciando appena trasparire le emozioni e con un fraseggio alternante tra familiarità e intimismo, con una pedalizzazione morbida, senza pero’ trascurare i momenti più intensi. Il 1° libro fu composto in un impeto di fervore creativo fra il dicembre 1909 e il febbraio 1911: 12 brani di tonalità ed ispirazioni differenti, Danseuses de Delphes, Voiles, Le vent dans la plaine, "Les sons et les parfums tournent dans l'air du soir", Les collines d'Anacapri,Des pas sur la neige, Ce qu'a vu le vent d'Ouest, La fille aux cheveux de lin, La sérénade interrompue, La Cathédrale engloutie, La danse de Puck, Minstrels.

Le Préludes di Debussy non si possono infatti considerare "preludi" in senso classico e rifuggono da qualsiasi forma codificata.
Il titolo è un evidente riferimento all'omonima opera di Fryderyk Chopin, che si era a sua volta ispirato ai preludi del Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach, tuttavia, l'opera di Debussy si distacca da questi modelli per l'assenza di un ordine programmatico nella scelta della tonalità dei pezzi e più in generale per una maggiore libertà formale.
Una musica fatta di “gradazioni di colori”, di inaspettati effetti timbrici, di dissonanze sospese, di suoni che esaltano le emozioni che rendono lo stile di Debussy a volta essenziale, diretto, altre volte stringato e privo di pomposità.
Sembra quasi di vivere episodi ed eventi sconnessi fra loro,in una narrazione di cui l'esecutore è riuscito a
cogliere le atmosfere più sensibili, i timbri più emblematici, con particolare attenzione ai bassi e a una mano sinistra che “vive”, sostenendo i brani e permettendo così al pubblico di comprendere la struttura e l’unità dei 12 brani: basti pensare alla tarantella continuamente interrotta e ricominciata di Les collines d'Anacapri, o al volteggiare di Le vent dans la plaìne o Des pas sur la neige, dove sembra quasi che la musica non vada in alcuna direzione, ma sia solo una danza eseguita sul posto. Altri tre compositori francesi, legati al simbolismo francese, hanno allietato il folto pubblico presente: Erik Satie con i suoi ironici Sports et Divertissements, ciclo di 21 brevi pezzi per pianoforte composti nel 1914 e pubblicato la prima volta nel 1923, composto da un corale prefazione e 20 vignette musicali raffiguranti varie attività sportive e ricreative (La pesca, il golf, il pic-nic, il Carnevale, la corsa ecc.). Lo stesso Satie descriveva il suo lavoro come un amalgama di disegno, con le illustrazioni di Charles Martin. Permeata di una profonda fede cristiana la composizione Première communion de la Vierge di Olivier Messiaen (1908-1992). Il compositore era infatti appassionato di teologia, oltre ad avere una passione da ornitologo per il canto degli uccelli che ha sempre occupato un posto importante nelle sue opere, diventando materiale primario del suo liguaggio, non in senso onomatopeico, ma con la convinzione profonda di trovarsi di fronte a vera musica.
Il brano è tratto dalla raccolta per pianoforte Vingt Regards sur l’Enfant-Jésus (“Venti sguardi sul bambino Gesù”), in cui si alternano, si integrano e talvolta si sovrappongono contemplazioni mistiche e riflessioni teologiche.
Il brano, in particolare, è l'undicesimo pezzo nel ciclo e si concentra sul periodo più intimo della vita di Maria, intriso di tenerezza materna, in cui attendeva la nascita di Gesù, amore mistico e preghiera, nel canto del Magnificat e nell’adorazione della vita che cresce nel suo grembo.
Pur essendo in un contesto di sperimentazione delle avanguardie, Messiaen è attento a non fermarsi all’innovazione tecnica per avere come risultato un’opera interessante, ma a curare anche la qualità estetica sonora, resa in maniera perfetta dal Longobardi.
Il
programma della serata si conclude con uno dei massimi monumenti pianistici del Novecento, Gaspard de la Nuit di Maurice Ravel, un «gioiello a tre facce» ispirato alle poesie di Aloysius Bertrandi: Ondine, il primo dei tre brani, rievoca il movimento dell'acqua, l'elemento naturale nel quale vive la ninfa di cui parla la poesia; Le gibet (La forca), tende a riprodurre la macabra visione di un impiccato attraverso l'ossessiva ripetizione del pedale di si bemolle; Scarbo, sorta di gnomo orripilante che si agita e si dimena "come un fuso caduto dall'arcolaio di una strega".
Delicatissimo ed emozionante il bis, Pavane pour une infante defunte, con cui il maestro è riuscito a raggiungere la parte più intima dell'animo degli ascoltatori, grazie alla linearità del discorso armonico ma, soprattutto, all'espressione dolente della melodia, caratterizzata
dalla limpidezza del suono e da un dolcissimo cantabile.

Katia Cherubini

 

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