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Vincenzo Salemme invita ad una festa esagerata ! Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Sabato 03 Dicembre 2016 23:04

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Ancora una volta è il tutto esaurito, al  Teatro Verdi di Salerno il pubblico ha riempito i posti di ogni ordine, testimoniando il forte affetto che lo lega a Vincenzo Salemme, l'eclettico artista partenopeo, di Bacoli sul golfo di Pozzuoli, per la precisione.
Dal 1 al 4 dicembre 2016 in scena la sua ultima commedia, non soltanto scritta, ma anche diretta e interpretata Una festa esagerata...!, lente di osservazione e, se vogliamo, d'ingrandimento di una umanità che pratica l'arte dell'arrangiarsi e dell'arrivismo, che cerca di scalare i gradini della società con ogni mezzo e  mette in campo il lato umano più ridicolo e meschino.
La vita di chi si sente 'arrivato' è ostentata dal terrazzo della famiglia di Gennaro Palascandalo (Vicenzo Salemme), espressione di una piccola borghesia tiranneggiata tra i valori della tradizione e le lusinghe di un mondo cui si vorrebbe appartenere, quello fatto di status sociale e di relazioni che contano. Al diciottesimo compleanno della figlia di questo piccolo imprenditore edile, Mirea (Mirea Flavia Stellato) viziatissima e con l'orecchio incollato al cellulare, la madre Teresa (Teresa Del Vecchio) vera anima del progetto di ascesa sociale organizza il suo debutto in società e accetta il corteggiatore vanesio (Sergio D'Auria) e un po' stolto come fidanzato, ma solo perché figlio dell'invidiato assessore Cardellino. La terrazza di casa è il luogo dove si svolgerà la festa, metafora di un ostentato benessere, un finto maggiordomo indiano (Vincenzo Borrino), un prete molto anticonvenzionale (Nicola Acunzo)  e un aspirante portiere (Antonio Guerriero) sono la composita umanità che ruota intorno alla famiglia,  personaggi briosi e divertenti sempre pronti a creare simpatiche gag. Il terrazzino di Don Giovanni (Giovanni Ribò) è al piano inferiore, il novantenne bisbetico e metti bocca in ogni cosa abita con la figlia, l'attempata signorina Lucia (Antonella Cioli) dalle passioni mai sopite, spettegolano sui passanti in un puro esorcizzare il tempo e la noia.
Una serie di eventi, al limite del paradossale, minaccerà lo svolgimento della festa, e i rapporti di buon vicinato saranno compromessi dall'invidia e dai vari tentativi per ostacolare l'attesa serata costata mesi di preparativi alla padrona di casa. Tra morti annunciate, tentativi di avvelenamento e invidie di ogni tipo si crea un'esagerata e grottesca situazione, nella quale i Palascandalo dovranno decidere se festeggiare o meno alla notizia dell'improvvisa morte del vecchio.


Una vera disgrazia nella disgrazia, e cosa dirà il vicinato se la festa dovesse svolgersi lo stesso? Il padrone di casa vorrebbe  evitare, dovrà invece scendere dalla signorina per cercare un compromesso incappando nel suo surreale 'agguato' erotico, un cinico progetto che solo vite frustrate sanno preparare. Riuscirà l'obiettivo di sabotare la festa? Gennaro Palascandalo sarà colto da un “colpo” al cuore, sia in senso figurato che medico, di fronte ad un inatteso evento, non riveliamo altro.
La  scena finale è un mese dopo, alla cena che segna la pace condominiale. Unico assente è l'infartuato, scampato alla morte e rimasto sulla sedia a rotelle. L'uomo è solo sulla terrazza a cercare consolazione in una Napoli che sembra un presepe ai suoi piedi. “Tommasì te piace o' presepe?” la celebre battuta evoca Eduardo, omaggio al Maestro ma anche chiusa di questa commedia tragicomica. La domanda ora Eduardo la rivolge a Gennaro che mestamente risponde “Nun tanto!”.
E' la rappresentazione reale di quella grande melassa/massa che si può identificare con la "piccola borghesia", chiarisce l'autore nelle note di regia. Con le sue convenzioni sociali, il perbenismo, l'ipocrisia nei rapporti, sempre esistita ma che oggi presenta accentuazioni di maleducazione e sguaiataggine. Le relazioni all'interno del condominio sono uno spaccato della società, che fatica nel riconoscere il rispetto, si nutre di indifferenza e antepone cinicamente interessi di parte e faziosità.
Il teatro comico di Salemme, che guarda alla tradizione della commedia dell'arte, esprime la sua genialità interpretativa, è il vero motore dell'azione scenica che però non soffoca mai gli altri interpreti che appaiono compagnia molto affiatata e che si muove a completo agio sul palcoscenico.
Le risate sono in crescendo con il voluto incalzare delle situazioni, l'acme recitativo dell'incontro-scontro tra il protagonista e l'inquilina del piano di sotto è un esempio pefetto di gestualità teatrale e ritmo recitativo, in una situazione paradossale, con un morto e la signorina che esplicita avance a Gennaro, reo di averla baciata nell'ascensore bloccata. Sono circa due ore di divertimento leggero e di battute costruite secondo una tempistica teatrale che replica gag molto ben congegnate, che fanno scattare la risata attesa e al punto giusto.
Salemme, però, da buon erede di una certa tradizione teatrale napoletana, nutre la sua commedia anche di spunti di riflessione seria. Il suo personaggio ha un retrogusto amaro, è solo,  in questa famiglia a difendere valori oramai poco condivisi, a riflettere sulla cattiveria che anima gli uomini, più propensi ad aggredirsi che a comprendersi, ad invidiare più che a condividere, a nutrire quel vecchio vizio di una piccola borghesia “soddisfatta dei danni altrui” e che mente con “cortesia, cinismo e vigliaccheria”. I versi di un cantautore ribelle degli anni '70 ci ricordano che le miserie di un mondo piccolo borghese e bempensante, attento ai profitti ed alla propria convenienza, sono state messe a nudo e criticate anche in altri tempi, in questa commedia è il riso amaro, e forse un poco anche la rassegnazione, che si rappresenta, lo scollamento tra una estesa realtà piccolo borghese e chi invece avverte una certa estraneità, o soltanto un disagio, rispetto all'ipocrisia insita in tanti comportamenti.
La scena finale testimonia questa estraneità che è anche solitudine o, forse,  condanna a sentirsi o a essere fuori dal coro. Nessun intento moralistico, del resto non si è mai solo vittime o carnefici, piuttosto ci si rende complici di questa ritualità delle apparenze. Allargare lo sguardo, in un'analisi o autoanalisi più profonda, quasi antropologica, partendo da una situazione apparentemente leggera e grottesca, questo sembra l'invito di Salemme.
Al Teatro Verdi il 1 dicembre 2016, tappa di una tournée che si preannunzia di successo, il pubblico ha tributato al proprio beniamino applausi a scena aperta. Un battimani ritmato e generale è stato ad un certo punto diretto dallo stesso Salemme e dai suoi bravissimi attori. Non è stata una festa esagerata, tutt'altro!

Marisa Paladino 

 

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