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"Sicut Sagittae" scocca con precisione e fascino Stampa E-mail
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Scritto da Katia Cherubini   
Lunedì 05 Dicembre 2016 10:17

Un concerto indimenticabile, un vero spettacolo, quello che il 4 dicembre 2016, alle ore 21,00, presso Domus Ars di Napoli , hanno regalato a un pubblico non folto ma di qualità, Marco Mencoboni, direttore d’orchestra di livello internazionale, una delle personalità di spicco per l’interpretazione della musica rinascimentale barocca e Francesca Lombardi Mazzulli, giovane soprano di grande talento, per inaugurare il Festival barocco “Sicut Sagittae”, prodotto da Il Canto di Virgilio, con la direzione artistica di Antonio Florio.
I due interpreti, rispettando in pieno il titolo latino del festival, sono arrivati direttamente al cuore degli ascoltatori proponendo un recital, che ha visto protagonista la Cantata da Camera tra Italia e Germania nel Seicento, in un accostamento che ha rivelato le differenti particolarità delle due Scuole, spaziando dalle musiche di Monteverdi, passando attraverso il canto di una dama intraprendente, come la Barbara Strozzi, per arrivare a Giovanni Felice Sances, che per molti ha avuto il merito di aver introdotto la cantata nella prima metà del XVII secolo.
Il tutto farcito di intermezzi strumentali - Fantasia in la minore di Bach, Toccata seconda di Frescobaldi, Suite in re minore di Froberger, allievo di Frescobaldi, cui si deve la riduzione della suite alle sue 4 danze "di base" (allemanda, corrente, sarabanda e giga) e sarà questo il modello di base che seguirà J.S.Bach per alcune delle sue suite - che hanno ricordato quanto importante fosse, tra il Cinque e il Seicento, questo genere di composizioni, che in quest’epoca guadagnò poco a poco la sua indipendenza, svincolandosi gradualmente dai modelli vocali preesistenti.
Di Claudio Monteverdi è stata eseguita la celeberrima aria Si dolce è il tormento, pubblicata nel Quarto scherzo di ariose vaghezze di Carlo Milanuzzi, organista attivo a Venezia nel 1624.
Raccolta particolare, l’antologia delle ariose vaghezze, che contiene composizioni per soprano e basso continuo «commode da cantarsi a voce sola nel clavicembalo, chitarrone, arpa doppia et altro simile stromento, con le littere dell’alfabetto con l’intavolatura […] ». In altre parole, pezzi che si potevano realizzare con qualsiasi genere di accompagnamento, dalla notazione semplice, pensata proprio perché si potesse imparare velocemente a suonare senza maestro. E, nonostante la semplicità, tante sono state le suggestioni che i brani presentati in scaletta hanno stimolato negli ascoltatori. Un pezzo di grande bellezza vocale, quello di Monteverdi: l’aria ha colpito, oltre che per la semplicità della linea melodica, per la sua cantabilità semplice e diretta, raggiunta senza virtuosismi esibiti in maniera forzata, uniforme nel suo tono pacato, sebbene ricco di straordinarie idee armoniche. Articolata in più strofe, come larghissima parte del repertorio di tradizione orale, in esse trovano voce i tormenti di un innamorato che, respinto, finisce per sognare la propria morte, per guarire finalmente dal dolore che gli ha causato l’amore.
D'obbligo, a proposito di questo brano con il quale è stata introdotta la bravissima Lombardi Mazzulli dal fondo della sala, il rimando al Cantar lontano, raffinatissima prassi vocale seicentesca che si realizzava disponendo i cantori in diversi punti dello spazio performativo, a distanza rispetto allo strumento che li accompagnava, in modo da creare un’immersione totale nella musica, grazie ad un effetto di diffusione del suono simile a quello ottenuto oggi di surround.

Il programma ha proposto, inoltre, una presenza di grande rilievo, Barbara Strozzi, un' importante cantante compositrice del Seicento, di cui ci è giunta una vastissima produzione di musica vocale, soprattutto profana, anche se , ancora oggi, gran parte della sua vita resta un mistero.

Nata da padre ignoto, fu adottata da Giulio Strozzi, intellettuale, poeta e librettista che collaborò anche con Monteverdi e Cavalli, e che molto probabilmente era il padre naturale della ragazza; dopo averle dato una formazione musicale affidandola proprio a Cavalli, Giulio le diede anche la prima occasione di esercitare le sue doti in pubblico, anche se in un contesto riservato. Dopo una serie di concerti in casa, Giulio creò l’Accademia degli Unisoni, un circolo di intellettuali e musicisti che regolarmente si riunivano discutendo di argomenti nei quali Barbara ricopriva un ruolo centrale: una situazione creata appositamente dal padre al solo scopo di inserire la figlia nell’ambiente culturale e musicale dell’epoca, probabilmente anche per aprirle la via ad una carriera professionale che all’epoca risultava altamente improbabile, specie per una donna, e che, in realtà, non si realizzò. Molti indizi, non ultimo i quattro figli di due padri diversi fuori del matrimonio, lasciano pensare che Barbara fosse una cortigiana (fin dall’antichità le cortigiane erano spesso di donne dall’alta formazione intellettuale e musicale). Il perché non sia arrivata ad inserirsi nell’ambito teatrale rimane un mistero: potrebbero esserci ragioni di ordine tecnico legate alle caratteristiche della sua voce, forse efficace in camera ma meno in teatro, oppure sociale, per l’aura di dubbia moralità che la circondava, o ancora di genere, per la difficoltà di imporsi come donna in ambito operistico sul fronte della composizione. Barbara fu cantante virtuosa e compositrice eclettica: pubblicò otto raccolte di musica vocale, a cui si aggiungono alcune composizione rimaste manoscritte, dimostrando una particolare sensibilità e capacità di rendere tutte le sfumature dei testi con grande forza emotiva che ancor oggi colpisce l’ascoltatore. Lagrime mie, à che vi trattenete, perché non isfogate il fier’ dolore, chi mi toglie ‘l respiro e opprime il core?
Una gemma di raffinato lirismo, il lamento di un amante abbandonato traboccante di pathos e di delicati momenti melodici.Evidentissima, nell’interpretazione della cantata, la capacità della soprano di “recitare” il testo poetico, grazie ad una mimica vivissima ed incisiva, con viva partecipazione ed attenzione al fraseggio: pubblicata a Venezia nel 1659, la composizione, ricca di cromatismi discendenti che caratterizzano la forma musicale del lamento, ma lontana dalla tipologia standard per il suo tono quasi arabeggiante,presenta un importante recitativo introduttivo nel quale si trovano numerosi melismi cromatici con i quali si vuole descrivere la sofferenza del personaggio, in tal senso una forma quasi madrigalistica.
Cuore della serata, una stupenda canzone d'amore ( adorerò com’adorai ‘l tuo nome, le luci tue, le chiome saranno del mio cor catena e sole), forse una delle più belle per il tema d’amore profano, la presenza di uno pseudo-recitativo, per le scelte semantiche del testo (Ma che val ch’il rival
non mi possa impedir ch’io non ti brami, se per far ch’io non ami l’adorar giova poco amar non val),
la semplicità della scrittura, Usurpator tiranno di Giovanni Felice Sances, graditissima al pubblico anche come esaltante e, in parte , esilarante bis.
Aconclusione della serata, con il più famoso “lamento” della storia della musica, il Lamento d'Arianna di Monteverdi, l'unico frammento pervenutoci della perduta opera Arianna. Il lamento nel primo '600 era una forma musicale a sè, o, quanto meno, un topos musicale ben definito e abbondantemente praticato da moltissimi compositori contemporanei del grande Monteverdi.

Un’inaugurazione di Festival degna di lode, quindi , e, come racconta Florio, “per l’anno zero di questa edizione si è lavorato poco sulla quantità ma molto sulla qualità: solo tre concerti ma con un repertorio godibile quanto originale”. Martedì 6 dicembre 2016 sarà la volta dell’Ensemble Barocco di Napoli diretto da Tommaso Rossi, con un concerto che vuole indagare il genere del quartetto per flauto nella seconda metà del XVIII secolo, tra Napoli e l’Europa. Giovedì 8 doppio appuntamento, alle 11.30 l'incontro di presentazione del volume di Dinko Fabris “ Partenope da Sirena a Regina. Il mito musicale di Napoli”, che vedrà l’ intervento dell’antropologa Elisabetta Moro e il musicologo Paolo Pinamonti. Il Festival terminerà alle 18.00 con il tenore e attore Pino De Vittorio che si esibirà con Laboratorio ‘600, un gruppo creato e diretto da Franco Pavan, uno dei più autorevoli virtuosi di liuto del nostro tempo, in un avvincente programma che va dalla villanella napoletana alla canzone siciliana e calabrese.

 

 

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