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Cabaret Yddish con Moni Ovadia tra Storie e Musiche della "Diaspora" Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Mercoledì 18 Gennaio 2017 16:35

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Cabaret Yiddish è uno spettacolo in scena dal 1992. Scritto e interpretato da Moni Ovadia, è stato riproposto domenica 15 gennaio 2017 al Teatro Verdi di Salerno. L'artista è stato accompagnato da quartetto di musicisti che hanno eseguito musiche Klezmer e con i canti in lingua Yiddish ha mostrato la polifonia strutturale del progetto funzionare, impeccabile come sempre. Una ligua incomprensibile e le sonorità Klezmer ('Kley' in ebraico significa violino e archi in genere e 'zemer' è il clarinetto) gli ingredienti che hanno creato un'atmosfera ricca di emozioni. Lo spettacolo è stato un viaggio di conoscenza della 'cultura dell'esilio', come la definisce Moni Ovadia, cultura che ha conservato i suoi tratti originari, pur con tutte le contaminazioni  della 'diaspora', restando connotata e identitaria. Uno stile sornione, e non solo, l'artista  ha il sorriso sapiente di un cantastorie che sembra conoscere il mondo e le forze che lo governano, ma i toni affabulatori e colloquiali nascondono una volontà che s'intuisce ferma e progettuale, un intellettuale 'della porta accanto', potremmo dire, che con stile semplice e diretto sollecita riflessioni senza tempo sulla diversità, sui luoghi di confine e sull'identità. L' integrazione 'necessitata' con altre culture, che ha conosciuto abbandoni  e speranze, è diventata così patrimonio di una riflessione più ampia sulle varie forme di 'esilio', oggi molto attuale per una società  chiamata a confrontarsi con migrazioni non a caso definite  'bibliche'. Moni Ovadia  riempe la scena, supplisce all'incomprensibilità dell' Yiddish, idioma che ha assimilato elementi germanici, ebraico-aramaici, slavi e romanzi, avvicinando lo spettatore a questa cultura con strumenti semplici e immediati, storielle e canti che ne trasmettono caratteri e senso.  Una lingua definita “lingua della mamma” che tra le due guerre ebbe grande fioritura letteraria e memorialistica nei circoli culturali di New York e Varsavia e nel 1978 ebbe consacrazione ufficiale con il Nobel dato allo scrittore Isaac B. Singer. L'umorismo yiddish gioca sui  tratti fisici degli ebrei  come il grande “naso ebraico”, che del carattere di gente che si distingue per furbizia, avarizia, umorismo, avidità, tirchieria e fiuto per gli affari, e si affacciano, ovviamente, anche stereotipi ed accentuazioni che ricadono nel pregiudizio. Il quartetto formato dai musicisti Maurizio Dehò, Paolo Rocca, Albert Florian Mihai e Luca Garlaschelli che suonano, in sequenza, violino, clarinetto, fisarmonica e contrabasso ci conduce  nelle originarie comunità ebraiche dell'Europa orientale, in particolare le comunità chassidiche, dove nelle feste e negli eventi importanti si suonavano note gioiose e felici, leggere e divertenti, ma anche sofferte  e malinconiche. L'andamento musicale è coinvolgente e cattura un ascolto partecipato e immaginativo. Le storielle ebraiche “storielle antisemite raccontate da un ebreo” con un'ironia  sottile ed intelligente cercare risposte meno scontate, ed ecco  Mosè e il popolo, adorante il vitello d'oro, che diventa un  profeta infuriato, perchè  contrario all'immobilizzazione di quel capitale (e di tale idolatria, ovviamente!), che punisce  la sua gente facendola vagare per 40 anni in un deserto che poteva essere percorso in appena sette giorni, un popolo ....'preso per il naso'. Ci sono i  fratelli Levi, venditori di salmone al porto di New York, attenti soprattutto a “vendere-comperare, vendere-comperare” più che alla qualità del prodotto e  Moiche Moskovitz,  ebreo residente a New York e circonciso a Varsavia, che di questa pratica riesce a farne motivo di successo commerciale, ottenendo un' importante commessa di spago in Virginia, e con loro si tocca il tema del rapporto tra gli ebrei, il denaro e il fiuto per gli affari.  La 'mamma ebrea' non manca mai, con la sua  'autorità imprescindibile' sui figli e la notoria 'volontà di dominio' , una storiella anche per lei, che  pretende sempre l'ultima parola, “un poco come per le mamme del Sud in Italia” aggiunge il nostro Moni Ovadia. E poi lo Shabbat,  festeggiato con sontuosi pasticci di patate, che va dal venerdì sera al sabato serae e che diventa  motivo di ironia nella storiella del rabbino, del missionario e dell'ayatollah, e del rapporto di ognuno con i miracoli; il rabbino che non può appropriarsi del 'tesoro di Alì Babà' contenuto in una valigia abbandonata in un vicolo di New York, tutto perché è sabato, invoca il miracolo e “improvvisamente, mentre in tutto l'universo era sabato, in quel vicolo era giovedì”. Lo 'splendore dell'esilio', l'artista sottolinea che è il cuore di questa cultura, l'origine di condizione identitaria che si è rafforzata nel tempo  forgiandosi  in una sorta di anima mundi speciale e tormentata. Il finale, di particolare effetto e carica emozionale, evoca il terribile  ingranaggio di morte oleato dai gesti di uomini 'normali' nel '900, è l'”ultimo canto degli ultimi ebrei sulla terra d'Europa” che Moni Ovadia interpreta, con tono  straziato e straziante, ultimo perché dopo quel tempo nulla sarà come prima. E sono  due ore di spettacolo, senza interruzione, piacevoli e mai banali, grazie anche alla  simpatia congenita del suo interprete e al suo approccio empatico con la realtà. Un  progetto culturale che presidia anche la riflessione collettiva, il pubblico applaude calorosamente questo ritorno a Salerno, l'artista ringrazia e scherzando propone di ingaggiare il calore di questo pubblico nella sua  tournée.

Marisa Paladino

 

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