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Shakespeare nel sogno di Ruggero Cappuccio Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Domenica 12 Febbraio 2017 15:01

In un antico palazzo napoletano una coppia incanutita, in un lettone matrimoniale, si rintuzza discorrendo di piccole cose quotidiane, lei che ragiona anche in un filosofico abbandono, lui piuttosto spiccio e straripante.
Sono Oberon e Titania, il re e la regina delle fate, creature nato dal genio del grande drammaturgo di Stratford-upon-Avon che nella libera riscrittura di Ruggero Cappuccio diventano due vecchi burattinai.
E' il Sogno di una notte di mezza estate in rivisitazione partenopea, interpretato da due grandi del nostro teatro, un Lello Arena corpulento e pasticcione, e una più avveduta Isa Danieli, davvero buffa nella voluminosa un'acconciatura (ricorda nuvole a pecorelle), entrambi perfetti nel personaggio che sembra cucito a misura per ognuno. La commedia originaria è un tourbillon di eventi, la versione partenopea è altrettanto polifonica e movimentata, e ne conserva, pur nel ritmo sostenuto, la dimensione poetica e irreale.
Felice la scelta autoriale di inserire il tema dei burattini, l'innegabile magia legata al mondo dell'innocenza, saranno allora i piccoli attori di pezza (di Selvaggia Filippini) a ragionare e sragionare del sentimento d'amore, interpretando i giovani innamorati della fiaba-commedia di Shakespeare.
Un mondo sospeso tra sogno e realtà che s' incrocia con il talento partenopeo dell'autore, che poi ricorre alla maestria registica di Claudio Di Palma, ed ecco restituita una riscrittura innervata di invenzioni linguistiche e lo svolgimento degli eventi diretto con il ritmo giusto, in una diversità di piani che in scena coabitano mirabilmente. Le sensibilità dei due hanno metabolizzato le più grandi tradizioni teatrali e il prodotto finale riesce a magnetizzare lo spettatore. Il "gioco d'amore" di Ruggero Cappuccio è condotto dai due burattinai attraverso i loro colorati burattini, che animano Ermia, Elena, Lisandro e Demetrio, amanti in balia degli incantesimi di Puch, un ottimo Fabrizio Vona, folletto che in quest'ambientazione conserva malizia e giocosità dell'originario folletto, pronto a creare lo scompiglio dei sentimenti, salvo poi a ricomporre il puzzle nel migliore dei modi. Un impasto riuscito che anche senza il bosco incantato, nello sghembo condominio napoletano, vive della bellezza e meraviglia dell'arte, dove il mito dei protagonisti originari sembra umanizzarsi in una camera da letto, ma che forse gli antichi dei non erano anch'essi terribilmente umani? E che l'umanità tutta, scaraventata a sua insaputa nelle pieghe del mondo, fissando gli occhi al cielo non umanizzi, nell'assoluta sua incomprensione, la stessa divinità? Nei giorni che si alternano alle notti, il biancore assoluto di camicioni e vestaglie del panciuto Oberon e consorte risalta sotto le luci che dominano il proscenio, un forte contrastato con lo sfondo notturno che sottolinea la dimensione onirica ed un'atmosfera di irrealtà (scene di Luigi Ferrigno) che pervade l'intera pièce, le consonanze musicali di Massimiliano Secchi ne accentuano il carattere.
E tutto converge in questa tessitura che, come la vita, non si riesce a capire quanto viva d'illusione, e quanto di sublime o magico ci sia in una realtà dove burattini-uomini sono mossi (o manovrati?) da un burattinaio abile e distratto.
I piccoli attori di pezza inscenano nel sogno dei due la storia dei giovani innamorati che nel Sogno shakespeariano si rincorrono, ragionando e sragionando di amore, senza sottrarsi alle insidie del tradimento, agli ostacoli sociali ed ai molteplici equivoci che le fatiche amoriose scontano. Coppie che si creano e disfanno, si scambiano e si ritrovano, Lisandro innamorato di Ermia, Demetrio tra Ermia ed Elena, Ermia che ama Lisandro ed Elena innamorata di Demetrio, difficile intrigo da tenere dietro.
Tutto questo trastullo dei burattinai è ispirazione per gli attori in carne ed ossa, la famiglia degli elfi che abita al piano di sotto, che forti di una vis comica a tratti clownesca, riediteranno il teatro nel teatro dell'opera originaria. Mito, fiaba e quotidianità, sono ingredienti della commedia dove rivive anche la dolorosa storia di Piramo e Tisbe, raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi.
I fantasiosi affittuari del condominio Rossella Pugliese, Antonella Romano, Enzo Mirone e Renato De Simone, provano la rappresentazione per le nozze del duca Teseo con Ippolita Amazzonis, tra passi di danza e recitando ditirambi, improvvisando movenze perfettamente costruite, specchio delle vicende dei burattini, in una sorprendente moltiplicazione di piani.
Scelta autoriale cui sembra fare eco per colori, atmosfera, senso e visione la metafora pasoliniana, che pure si ispirò ad un opera del geniale autore inglese, del film Che cosa sono le Nuvole? Mentre Pirandello e Fellini si affacciano sul palcoscenico, dall'alto, su questo tempo sospeso tra il sogno e l'impatto spettacolare, mix nel quale diluire, in fondo, la complessità del tessuto concettuale e filosofico che magistralmente vive tra le trame di un'opera solo in apparenza leggera e fiabesca.

Tanta e magmatica la materia da tenere insieme, che la verve linguistica inimitabile di Ruggero Cappuccio crediamo abbia completo sfogo, nel suo ricercato pastiche infarcito anche di napoletano, antico e moderno, con innesti anglosassoni, una sorta di tributo alle lingue madri dei due autori. Un affresco che nella leggerezza restituisce, come accade per la vita stessa, certezze fugaci come un battito d'ali, e tutta la malinconia di un sogno che sembra fuggire anche dal ricordo, in un altrove dove il sonno è più profondo.
L'uomo, ci vogliono dire, non può sottrarsi all'interrogativo del suo destino. Il pupazzo Polliceniello, il più amato e conteso tra i burattini di Titania, è infine l'escamotage per restituire l'orizzonte della vita che rinasce, un'innocenza inghiottita dal tempo e la speranza che placa lo sgomento esistenziale.
Un improbabile simulato parto di Titania rinnoverà la nuova vita che prende le sembianze proprio di un Pulcinella, il burattino del mondo che è una maschera antica e senza tempo.
Liberatoria o consolatoria che sia, la scena prelude alla cerimonia degli addii, perché il finale è in ogni cosa, nel teatro come nella vita.
E rivela sulla scena tutta l'umana fragilità di Oberon e di Titania che sanno di dover dismettere i propri abiti, consapevoli della consumazione che avvolge tutte le cose.
Ci si spoglia, prima che il sipario cali senza sapere della vita vissuta, è stata un sogno? E' un un'ombra che cammina? Sogno di un ombra è l'uomo? Dilemma antico e ricerca incessante della verità assoluta di se stessi e del proprio agire.
Al Teatro Verdi di Salerno in prima il 9 febbraio 2017, con repliche 10, 11 e 12 febbraio, quest'ultima in orario pomeridiano, come per ogni spettacolo in cartellone la domenica. Assolutamente da vedere, tra i calorosi applausi che il pubblico rinnoverà ancora, come successo in questa splendida prima salernitana.

Marisa Paladino

 

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