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Scritto da Dadadago   
Lunedì 20 Febbraio 2017 19:45

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Peppi' non è malato da guarire, non è un depravato da rinchiudere o da emarginare, non è un diverso, che vuol dire essere diverso? E poi diverso da chi?, siamo tutti diversi, non è gay, non è una checca, un omosessuale, un finocchio, un frocio “nu ricchiunu”… “Paroli chi fanu pinzà a chissà qualu dimoniu”... “Su tutti sbagliati i paroli pi dici sta cosa”. Peppi' è semplicemente un uomo a cui piacciano gli uomini, ancora oggi (tempo dei diritti sanciti, figurarsi prima!), peccato mortale, da tacere, da nascondere, da mimetizzare, da soffrire in solitudine, in una cultura (?) intrisa di luoghi comuni, di un conformismo mortificante e spiazzante, di pregiudizi atavici, inconcepibili nel terzo millennio dell'era cristiana, di curiosità voyeuriste e modelli testosteronici di finta virilità. Come se un uomo o una donna si potessero giudicare dalla testa in giù, per come vivono l'erotismo e l'amore. In Masculu e fiammina, lungo ed intimo monologo in dialetto calabrese (della zona di confine fra la Calabria e la Basilicata) Saverio La Ruina sceglie con una recitazione pacata, senza mai alzare i toni, con una delicatezza striata di ironia, di parlare con la madre scomparsa, quasi a proseguire un rapporto mai interrotto, pieno di intese segrete e insondabili empatie. Un cimitero innevato, di chissà quale sperduto paesino, luogo in cui predominano il dolore e il silenzio ma anche luogo dove le anime dei vivi continuano ad intessere relazioni profonde con chi non c’è più, una lapide, una foto da spolverare, una rosa rossa, un uomo non ancora vecchio e non più giovane si confessa “al riparo dagli imbarazzi, dai timori di preoccupare”. Un dialogo sempre rimandato, senza alcuna retorica, che tra sprazzi di quotidianità affettuosa, fatta di poche cose, tra zie da accudire e chiacchericcio da piazza, ripercorre la sua vita ferita dal dileggio, dall'ignoranza, dalla violenza verbale e fisica; i suoi amori adolescenziali e dell'età matura, intuiti e rispettati con infinito amore da quella donna protettiva, silenziosa ma segretamente consapevole. Una conversazione dell'anima che narra di complicità non trovate, di incontri con uomini che dopo essere stati con lui dicono: “però u ricchiunu si tu”, di quel senso di diversità e di inadeguatezza sempre presenti come un'ombra. Saverio La Ruina attore regista e drammaturgo nel suo percorso da sempre affronta temi difficili, etici, sociali servendosi spesso dell'idioma della sua terra. La sua denuncia passando da “Dissonorata” a “La Borto”, fino alla violenza casalinga sulle donne di “Polvere”, mantiene i toni dell’impegno, ma senza clamore, senza volgarità quasi sommessamente. In Masculu e fiammina siamo di fronte ad un testo non proprio originalissimo ma delicato e commovente, ad una narrazione semplice, piena di sfumature che invita alla normalità dei sentimenti, al dialogo, al coraggio di confidarsi, all'ascolto senza giudizio in cui ci siamo soltanto persone e non stereotipi. Bellissimo il finale quando Peppi' cercando accoglimento e rifugio, si rannicchia tra la neve, come se fosse il grembo materno (la madre è lì, nella vita e nella morte), addormentandosi (morendo?) in attesa di un mondo più gentile. Meritatissimi applausi per Saverio la Ruina, artista unico, tra i più premiati della scena italiana, peccato che per il maltempo, ci siano stati dei disguidi tecnici che hanno rallentato la performance. Visto sabato 18 febbraio 2017 a Salerno, sala Pasolini. Musiche originali di Gianfranco De Franco, disegno luci Dario De Luca, audio Mario Giordano

Dadadago

 

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