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Don Giovanni
W.A.Mozart (1756-1791)
libretto di Lorenzo Da Ponte
prima esecuzione Praga, Nationaltheater, 29 ottobre 1787

Schiere di intellettuali si sono interessate al Don Giovanni di Mozart,  non solo per la sublime qualità di quella musica, che pure Kierkegaard ritiene indispensabile per qualificare “il seduttore sensuale” ben più di quanto possa fare la prosa di Molière o di Byron; i “seduttori in prosa” , servendosi della parola, negano quell’ identità ideale di sensualità che conquista attraverso l' incarnazione del desiderio stesso e, in quanto tale, non ha obblighi né estetici né etici.
La parola può essere strumento di quello che si definisce "seduttore psichico", il quale media e predispone piani di conquista, Don Giovanni , viceversa , è un  "seduttore immediato", “non ha bisogno di alcun preparativo, di alcun progetto, di alcun tempo(..) perché seduce con l’immediatezza del suo stesso desiderare”.
Nell' analisi del pensatore danese il desiderare, essendo riferibile all’astratto, diversamente dal suscitare il desiderio, è esso stesso strumento di seduzione; l’estetica di un  seduttore sensuale assoluto, a prescindere dalla qualità, costituisce un elemento di ostacolo perchè rimanda ad una dimensione del reale.
La seduzione per Don Giovanni è un processo immediato come solo la musica, tra le arti, può essere, per dirla con l’ossimoro del filosofo danese: “la musica è il medio dell’immediato”e ancora “il Don Giovanni non deve essere visto, ma ascoltato”.
L’ultima autorevole affermazione è di grande conforto per scenografi e registi che si cimentino col capolavoro del libertino e forse andrebbe stampata ben visibilmente sui programmi di sala allo scopo di sedare sul nascere ogni critica.
Il dramma in musica del libertino è diventato “L’Opera” per antonomasia; la vicenda del convitato di pietra ha attraversato secoli di letteratura e di teatro da Tirso da Molina (El burlador de Sevilla ), Andrea Perrucci, Tritto, Molière, GoldoniByron , e per certi versi G.B.Shaw (L'uomo amato dalle donne).
Nella commedia dell'arte italiana il mito di Don Giovanni ha perso in parte gli aspetti macabri e punitivi per assumere caratterizzazioni burlesche.
Ciascun autore vi ha introdotto elementi storicizzanti i quali, però, non sempre, e in Mozart meno che altrove, sono stati relegati sullo sfondo.
L’opera del musicista austriaco è oscillante tra rivoluzione bisogno di continuità; essa rimette in discussione valori, gerarchie e privilegi feudali ma si preoccupa, altresì di ospitare e proteggere nella riserva ideale dei territori del trascendente, la giustizia e la certezza del castigo divino.
Nell’ affermazione apodittica del Cavaliere dissoluto : “La nobiltà ha dipinta negli occhi l’onestà” c’è tutta l’ ironia corrosiva di Da Ponte; un’ excusatio non petita, un’esuberanza comunicativa propria dei mentitori, imbonitori o demagoghi che siano.
Cosa dire anche di un contadino dall’intelletto non brillante che recita: “Cavalier voi siete già, dubitar non posso affè, me lo dice la bontà che volete aver per me”, la cui mal riposta fiducia confermerà di lì a poco l’inaffidabilità delle promesse del Cavaliere ?
Quanto alla ricerca di certezze , notiamo che il dissoluto viene punito da un’anima dell’oltretomba, non da un nobile offeso nell’onore o privato con la violenza dell’affetto di un genitore, ma da una statua funeraria, "convitato pietra" che "non si pasce di cibo mortale"
Non vi è in Mozart quella fiducia nella giustizia degli uomini che troveremo nel Fidelio beethoveniano e nemmeno si prospetta un lieto fine di vendetta come in un melodramma romantico o verista.
Assistiamo ad una punizione divina più che alla vendetta di una vittima, non di un amante tradito ma di un padre ucciso nel difendere la figlia da un seduttore!
Sull'interpretazione di questa figura di padre vendicativo sono state imbastite teorie che hanno scomodato la mitologia e la psicanalisi, spesso a braccetto tra loro per darsi man forte.
Non vi è dubbio, però, che la storicizzazione più geniale operata da Mozart consista in quel Finale del I atto che da solo varrebbe la fama immortale all'autore.
La presenza simultanea di due orchestre in scena, che affiancano quella principale, dà forma alla metafora musicale della società dei lumi che si avvia con i suoi tre stati alla rivoluzione.
La contraddanza dei contadini che s'intreccia poliritmicamente col minuetto dell'aristocrazia in maschera ("Venite pure avanti, vezzose mascherette, è aperto a tutti quanti, VIVA LA LIBERTA'") con il contrasto dei piedi ritmici, prepara l'affermazione della danza della nuova classe borghese: il Valzer.

 

 

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