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Scritto da Dario Ascoli   

Don Pasquale

Musica di Gaetano Donizetti (1797-1848)

libretto di M. A. (ovvero Giovanni Ruffini)

Dramma buffo in tre atti

Prima esecuzione : Parigi, Théâtre Italien, 3 gennaio 1843

 Nel 1842, quando si accingeva a musicare la sua terza opera “buffa”, Donizetti era un “anziano compositore”, già fortemente provato dalla malattia , che nel volgere di qualche anno e non senza sofferenze e disordini psichici, lo avrebbe condotto alla morte, benché all'anagrafe egli fosse meno che cinquantenne.
La premessa intende avvalorare un'ipotesi di citazione autobiografica del musicista bergamasco nel tratteggiare il personaggio del vecchio protagonista del titolo.
Il libretto di Don Pasquale era molto più che ispirato ad un'opera di Stefano Pavesi, del 1810, su versi di Angelo Anelli: Ser Marcantonio; a scrivere per Donizetti fu invece Giovanni Ruffini, un letterato assai stimato e di gran rango, esule a  Parigi, in quegli anni, a causa delle sue convinzioni mazziniane.
Musicista e librettista convennero di attribuire la stesura del testo ad un fantomatico
M.A., tributando un omaggio, insolito quanto affettuoso, ad un comune amico, anch'egli perseguitato politico mazziniano: Michele Accursi.
Nel 1842 Donizetti aveva già dato prova di talento nel genere del dramma buffo con successi quali L'elisir d'amore e La figlia del reggimento, ma Don Pasquale non è una ripresa di materiale preesistente proprio o di Pavesi-Anelli; non poche sono le varianti introdotte e sopratutto esse sono in direzione di una modernizzazione decisa delle situazioni e dei personaggi, anche se il Ser Marcantonio godette di tale longevità dall'essere riproposto fino al 1843 a Vienna.

I personaggi sono stereotipi dell'opera buffa fine '700, tuttavia, per i motivi che illustreremo, essi non possono essere assimilati a maschere; protagonista è un vecchio avaro e libidinoso, invaghito di una giovane donna la quale, a sua volta, ama, ricambiata, uno squattrinato e sentimentale giovanotto che potrebbe ereditare una cospicua fortuna a patto di assecondare il vecchio zio; il factotum della vicenda è un medico bene introdotto in casa del vecchio satiro.
Con qualche piccola variante l'apparato dei personaggi ricalca quello del rossiniano o paisielliano Barbiere, e quello di innumerevoli intermezzi buffi napoletani e drammi comici a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Avviciniamoci al Don Pasquale con maggiore attenzione e potremo rilevare alcuni dettagli non di scarso rilievo.
Iniziamo con l'esaminare le descrizioni dei personaggi fornite dal libretto: Don Pasquale : “vecchio celibatario, tagliato all'antica, economo, credulo, ostinato, buon uomo in fondo”.
Norina
,
di cui il vecchio si invaghisce, è descritta come “giovane vedova, natura sùbita, impaziente di contraddizioni, ma schietta e affettuosa”; il dottor Malatesta, factotum, è “uomo di ripiego, faceto, intraprendente, medico e amico di Don Pasquale; ultimo personaggio, l'innamorato Ernesto viene definito “giovane entusiasta”.
L'anziano voglioso viene senza esitazioni collocato nel “passato” e quel “buon uomo in fondo” sembra essere un timido accenno ad autoassoluzione del musicista che nel personaggio non poteva non immedesimarsi.
La ragazza non è, però, una vergine illibata e adolescente bisognosa di un tutore che la accompagni alla maggiore età, essa è una vedova, giovane e avvenente, ma che dei piaceri carnali conosce la misura ed è consapevole della fisicità necessaria al soddisfacimento dei medesimi; al tempo stesso Norina ha conosciuto il lutto della vedovanza , non ci è dato sapere quanto prematuro e quanto a lungo onorato, ma tale esperienza la carica di voglia di vivere e le fa rifuggire ogni legame su cui aleggi un tramonto imminente.
Malatesta
, infine, è un vero medico, un uomo della scienza post-illuminista, faccendiere come il Figaro di Mozart, Paisiello e Rossini, ma perfettamente collocato nella società borghese europea, con tutto quanto essa rappresentò e rappresenta in termini di caste, corporazioni e ordini professionali.

Si evidenzia come il dramma buffo Don Pasquale voglia collocarsi nella società ottocentesca senza troppe nostalgie per il passato e come i personaggi non siano “maschere” ma donne e uomini del tempo, con linguaggi autentici e diretti; si pensi a come Norina apostrofa l'anziano protagonista , prima di colpirlo addirittura con un ceffone: “vecchione rimbambito, baggiano, uom decrepito, pesante e grasso, buffone, bel nonno, gran babbione,..” e lo stesso Malatesta si riferisce al personaggio del titolo chiamandolo vecchio.
La trama, che riportiamo in fondo, è piuttosto semplice e anch'essa subì una semplificazione rispetto al testo dell' Anelli, con riduzione dei personaggi e soppressione del travestimento di sapore rococò, che nella stesura di Ruffini si limita ad un cambio d'abito di Norina per impersonare Sofronia, ipotetica sorella di Malatesta offerta in sposa a Don Pasquale.
L'era industriale non amava scambi di ruoli; economisti e sociologi tessevano lodi alla specializzazione del lavoro, alla divisione e parcellizzazione di compiti  e funzioni; può non piacerci il modello si società che Donizetti e Ruffini mettono sulla scena e le metafore che essi introducono, ma non si può dire che gli autori non avessero la chiara percezione delle trasformazioni che la società aveva subito.
Diversa, seppure autorevole, l'opinione espressa da Felice Romani dalle pagine della Gazzetta Piemontese, che, non riferito al Don Pasquale, qualche anno prima aveva lodato la lineare semplicità della partitura del Pavesi, in contrapposizione alla musica alla moda del tempo: “bisognerebbe non avere le orecchie sì dolcemente scosse dalle trombe e dai timpani e accontentarsi delle voci non sopraffatte dagli stromenti (…) e che importa a noi, creature del progresso che la musica esprima la parola (…) che qual cantante distuoni, purchè gridi forte? “
Musicalmente Donizetti ci pone di fronte ad una scrittura moderna, l'ouverture non è una “sinfonia” alla Rossini, piuttosto si tratta di un brano orchestrale che propone i motivi che si incontreranno nel corso della partitura, a cominciare dal sognante tema della serenata di Ernesto per proseguire con l'anteprima della cabaletta di Norina.
Si è voluto attribuire all'ouverture di Don Pasquale un compito sussidiario, di supplenza, diremmo meglio, di quel duetto amoroso che non compare come numero chiuso nel corso dell'opera se non sul finire del terzo e conclusivo atto; in ciò è sotteso un giudizio morale: che vinca pure l'amore, ma Norina è una vedova non inconsolabile e civettuola, mentre Ernesto è un giovane sognatore e puro, la vicinanza tra due personaggi così dissimili è permessa mercé la musica, poiché le parole, più contigue alla dimensione reale, rivelerebbero i personaggi eticamente incompatibili.
La vicinanza tra i due giovani si realizza solo nella finzione architettata da Malatesta nella scena del giardino, che fa eco all'analoga situazione che Da Ponte e Mozart avevano proposto più di mezzo secolo prima.

Se fossimo nei panni del nipote, saremmo un po' preoccupati per la verosimiglianza con la quale Norina recita la parte di giovane donna spendacciona, irascibile e che concede appuntamenti nel giardino” osserva Théophile Gautier, come per dire che nemmeno Ernesto, in definitiva, farà un grande affare sposando la vedovella. Molti uomini, specialmente se attempati, sono pronti a sminuire se non a irridere o compatire le conquiste dei giovani rivali: privilegio del quale sarebbe auspicabile godere il più tardi possibile.
Norina
è , a dispetto del titolo, la vera protagonista, al rango della quale compete l'onore di entrare con una cavatina e di prodursi in un rondò nel “tutti in scena” finale.
La Rosina rossiniana ha un ruolo più decentrato, ma la sincerità e la nobiltà dei sentimento che ella esprime, in un ruolo affine a quello di Norina, è di ben più elevato spessore; non una voce che risuona nel cuore, ma una sfacciata dichiarazione di qualità di civetta: “So anch'io la virtù magica” e “conosco i mille modi dell'amorose frodi”.

Breve Trama dell'opera
Atto primo . Don Pasquale “vecchio celibatario, tagliato all'antica” avaro e ricco è lo zio di Ernesto, il quale potrebbe ereditare le fortune di famiglia se accettasse di sposare una donna scelta dallo zio.
Il giovane Ernesto, “entusiasta” ama Norina, una giovane e avvenente vedova, che lo ricambia, ma che non è gradita all'anziano zio perché essa è povera; il nipote quindi, disubbidisce a Don Pasquale, che lo disereda.
Il dottor Malatesta è un medico buon amico di tutti e tre i personaggi ed è un faccendiere astuto, al punto da ordire un piano per favorire i giovani innamorati: presenta a Don Pasquale una ragazza illibata di sani princìpi , Sofronia, che spaccia per propria sorella, aggiungendo che essa è possidente.
In realtà Sofronia altra non è se non la stessa Norina, istruita da Malatesta per sostenere la parte. Don Pasquale sposerà Sofronia, complice un falso notaio, e ben presto dovrà pentirsi.
Atto secondo . Ernesto non è stato messo a parte dell'inganno e perciò si dispera per non potere sposare Norina, essendo ormai divenuto povero e medita di cercare fortuna e oblio in terre lontane.
Malatesta e Sofronia/Norina incontrano Don Pasquale che s'invaghisce immediatamente della ragazza e si affretta a firmare il contratto di nozze stipulato da un falso notaio; l'atto prevede la cessione di metà di tutti i beni del vecchio alla ragazza.
A questo punto Sofronia, che fino a qual momento si era mostrata docile, timida, riservata e virginale. Istantaneamente si fa arrogante sfrontata e civettuola.
Atto terzo . Sofronia/Norina sempre più impudente, schiaffeggia Don Pasquale e gli dà ad intendere di avere un amante.
Don Pasquale si rivolge a Malatesta, il quale, nel frattempo ha rivelato ad Ernesto il piano messo in essere. Il giovane, nascostamente dallo zio, fingerà di essere l’amante di Sofronia.
In un'atmosfera notturna, in un boschetto della villa di Don Pasquale, dal sapore “mozartiano” giunge Ernesto, che intona una struggente serenata alla finta Sofronia, canto che diviene presto un duetto d’amore.
Don Pasquale è al culmine della disperazione e scaccia Sofronia dalla sua casa concedendo, contestualmente, ad Ernesto di sposare Norina.
Nel finale, con tutti in scena, viene rivelato il complotto e Don Pasquale, constatando lo scampato pericolo perdona tutti e acconsente alle nozze tra Ernesto e Norina.

 

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